Basta, la procedura d’infrazione su Malagrotta è l’ennesimo schiaffo alla gestione dei rifiuti nel Lazio, d’altronde i continui ricorsi di chi gestisce la discarica e le continue proroghe da parte della Regione non possono produrre che questo. E mai e poi mai si pensi a un nuovo commissariamento sui rifiuti, sarebbe una vera iattura, decida chi amministra – afferma Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio – Per dieci anni la Regione Lazio è già stata inutilmente commissariata, portando solo ad allargamenti di tutte le discariche, poi appena è finita la deresponsabilizzazione delle amministrazioni locali sono iniziati i primi frutti, gli importanti investimenti sulla differenziata, i primi impianti di compostaggio, i Comuni ricicloni in costante aumento. Questa è l’unica strada, in audizione alla Commissione Ambiente della Regione Lazio lo diremo con chiarezza.”

L’analisi di Legambiente Lazio è basata sui pezzi di carta, in particolare sull’ultima ordinanza firmata dalla Presidente Polverini, n. Z0012 del 31/12/2010, e su quella precedente n. Z0007 del 5 luglio 2010.

In sostanza, tra il 1999 e il 2002, la Società Giovi s.r.l. è stata autorizzata alla realizzazione e messa in esercizio di due impianti di preselezione e riduzione volumetrica dei RSU (TMB), denominati “Malagrotta 1” e “Malagrotta 2”, e la società A.M.A. S.p.a. alla realizzazione e messa in esercizio di altri due impianti di selezione e trattamento RSU (TMB), siti a Roma, in via Salaria n. 981 ed in via Rocca Cencia n. 301. I suddetti impianti, seppur realizzati, al dicembre 2010 non risultavano funzionare al pieno delle loro potenzialità. Nel 2009 il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha disposto che la trito vagliatura dei rifiuti possa essere considerata “forma di pretrattamento del rifiuto indifferenziato ai fini dell’assolvimento dell’obbligo di cui all’art. 7, comma 1 del D.lgs. 36/2003”, quale trattamento fisico, “finalizzato a ridurre il volume dei rifiuti e a separare alcune frazioni merceologiche, quali i metalli, può rispondere ai requisiti della norma comunitaria.”

Per questo nel luglio 2010 è stato imposto al gestore di “installare delle unità di tritovagliatura, presso la discarica sita in località Malagrotta e, nelle more, di proseguire nello smaltimento”. La società E.Giovi s.r.l. ha presentato ricorso al TAR, impugnando parzialmente l’Ordinanza n. Z0007 del 5 luglio 2010 di cui sopra, e con una successiva nota alla Regione Lazio il CO.LA.RI. (Consorzio Laziale Rifiuti, consorziata con la Società E. Giovi s.r.l.) ha rappresentato “che l’intervento imposto con l’Ordinanza suddetta risulta imponente per organizzazione tecnico-operativa ed economica e che lo stesso richiede tempi di realizzazione e investimenti notevoli”, e con una nota successiva ha trasmesso “una relazione tecnica per la lavorazione “accelerata” dei rifiuti urbani differenziati negli impianti TMB di Malagrotta”. Con l’ordinanza n. Z0012 del 31/12/2010 la Presidente Polverini, prende atto del percorso svolto in una lunga e articolata premessa affermando che: la Regione ha “tenuto conto delle risultanze assunte (…) in merito all’individuazione di una soluzione che, medio tempore, possa scongiurare criticità ambientali che deriverebbero dall’interruzione delle attività di smaltimento dei rifiuti urbani indifferenziati provenienti dai Comuni di Roma, di Ciampino e di Fiumicino e dalla Città del Vaticano”, ha “considerato che l’installazione delle unità di trito-vagliatura, anche mobili, (…) consentirebbe di trattare le quantità di rifiuti urbani raccolti in modo indifferenziato non avviati agli impianti di T.M.B. tale da ottemperare pienamente a quanto previsto dall’art. 7, comma 1, del D.Lgs 36/2003 e s.m.i. in attesa che il complesso degli interventi previsti dalla programmazione regionale venga attuato”, “considerato che comunque è necessario assicurare quanto prima la piena messa in funzione degli impianti di TMB presenti nel comune di Roma”, e ancora “considerato che,  allo stato attuale, non è possibile provvedere altrimenti e che la prosecuzione delle operazioni di smaltimento presso la discarica in oggetto, secondo modalità che comunque garantiscano un elevato livello di tutela della salute e dell’ambiente, rappresenta una soluzione necessaria ed urgente a tutela della salute pubblica e dell’ambiente”, ha “ritenuto di dover consentire il proseguimento del servizio pubblico di smaltimento dei rifiuti urbani prodotti dal bacino di riferimento presso la citata discarica, in attesa dell’avvio a regime degli impianti di trattamento meccanico biologico e di quelli di termovalorizzazione, esistenti ed in fase di realizzazione”.

Dopo la lunga premessa, la Regione Lazio ha ordinato “per le motivazioni di cui in premessa”: alla Società E. Giovi S.r.l. di installare tempestivamente e quindi nel minor tempo possibile e, comunque, entro e non oltre sei mesi (…) delle unità di trito-vagliatura, con  recupero della frazione merceologica dei metalli ferrosi, presso l’impianto di discarica sito in località Malagrotta, nel Comune di Roma, in numero tale da consentire il trattamento di tutti i rifiuti urbani indifferenziati (…) in ingresso alla medesima discarica non sottoposti al preventivo idoneo trattamento; (…) assicurare entro sessanta giorni (…), la piena operatività degli impianti di preselezione e riduzione volumetrica dei RSU (TMB), denominati Malagrotta 1 e Malagrotta 2; all’A.M.A. S.p.a. di assicurare, entro sessanta giorni (…), la piena operatività degli impianti di selezione e trattamento RSU (TMB), siti a Roma in via Salaria n. 981 ed in via Rocca Cencia n. 301.

“Sono attive le unità di trito vagliatura che dal luglio 2010 dovevano essere messe in funzione a Malagrotta? E gli impianti di trattamento meccanico biologico autorizzati tra il 1999 e il 2002 alle due società stanno finalmente funzionando? – si domanda ancora Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio – Non c’è da stupirsi se la Commissione Europea interviene, anzi. Il Comitato Malagrotta da molti anni sta chiedendo verifiche su tutte le procedure. Il Comune di Roma e la Regione Lazio dovrebbero finalmente convincersi che riduzione, riuso e riciclaggio sono l’unica via per risolvere il problema rifiuti, smettendola con assurde raccolte differenziate miste o con bizzarri piani rifiuti che prevedono tutto e il contrario di tutto. Servono specifiche strategie e azioni attuabili e risorse finanziarie per l’attuazione, non si può compilare un libro dei sogni e prevedere pure un “piano B” fatto di discariche e inceneritori, se non si raggiungessero gli obiettivi fissati.”

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“Hanno vinto le ragioni dei cittadini, l’acqua è un bene comune non si può privatizzare, il nucleare è pericoloso e inutile. Il voto deve far riflettere, ha un grande valore politico, chi governa con la sindrome del ‘non disturbare il manovratore’ e ascolta solo i grandi interessi sbaglia, i cittadini vanno sentiti, chiedono risposte concrete ai problemi quotidiani – dichiara Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio – Nelle decine di iniziative di questi mesi di campagna referendaria abbiamo incontrato tante persone motivate ma anche molte disilluse, ed è stato bello e interessante far crescere la partecipazione fino al risultato finale. Il risultato di Roma è straordinario, ma anche nei capoluoghi i numeri sono strabordanti, così come diversi piccoli Comuni hanno dato davvero bei risultati facendo pesare il loro voto che è stato determinante. La sensazione è che si chieda un pubblico più autorevole e capace, amministratori meno arroccati e più trasparenti, ma anche un privato meno ingordo, più interessato all’interesse pubblico e al bene della comunità che solo ai propri affari.”

“E’ una grande vittoria della democrazia e dei diritti – afferma Cristiana Avenali, direttrice di Legambiente Lazio – Nonostante i tentativi di impedire il voto, i sotterfugi dei decreti tutti bocciati dall’autorevolezza della Cassazione e della Consulta, nonostante la disattenzione di alcuni grandi media schierati anche nella Capitale e le pressioni enormi anche negli ultimi giorni, i cittadini hanno scelto con chiarezza di partecipare, di dire la loro. Gli interessi economici in gioco erano veramente tanti e rischiavano di essere messi davanti ai diritti delle persone, ora questi referendum evidenziano che anche altri beni comuni, ugualmente importanti come il territorio, non possono essere svenduti, vanno difesi con forza”.

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Montalto di Castro (Vt) unica località a 4 “vele”, si amplia sezione laghi con Paganico Sabino (Ri) e Castel di Tora (Ri) sul Lago del Turano e Capodimonte (Vt) sul Lago di Bolsena che entrano in classifica

Stessa spiaggia, stesso mare: questo il giudizio sui mari laziali che esce fuori dall’annuale classifica delle Vele Blu redatta da Legambiente e Touring Club italiano da ormai undici anni. Non ci sono grosse variazioni, infatti, rispetto ai dati del 2010: nessuna località laziale si aggiudica le “5 vele”, il riconoscimento massimo della classifica, e a difendere le “4 vele” conquistate l’anno scorso c’è solo Montalto di Castro (Vt), mentre l’isola di Ventotene (Lt) perde una vela e se ne aggiudica soltanto tre. “3 vele” anche per Sperlonga (Lt) e Tarquinia (Vt) che sale di un posto rispetto al 2010; a seguire con “2 vele” le stesse località dell’anno scorso: Sabaudia (Lt), San Felice Circeo (Lt), Nettuno (Rm), Santa Marinella (Rm), Gaeta (Lt), Ostia (Rm) e Ponza (Lt). Anzio (Rm) conferma la sua unica vela.

“C’è troppa inerzia sui mari del Lazio, si vivacchia sperando in un po’ di cemento in più o in assurde concessioni decennali per gli stabilimenti, senza puntare davvero su servizi innovativi e sostenibili, senza un piano serio che faccia migliorare il territorio e crescere il turismo – ha affermato Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio -. Tirare a campare può funzionare per un periodo visto che il Lazio e l’Italia sono famosi in tutto il mondo, ma la competizione in questi anni si va spostando sulla bellezza dei luoghi, sui servizi di qualità, sull’innovazione. È sbagliato, allora, puntare su megaprogetti che hanno come risultato finale solo lo sventramento del territorio, sul nucleare come sui waterfront cementificati, piuttosto che sulla privatizzazione dei litorali con incredibili diritti di superficie per costruire sulle spiagge. Preoccupano, in tal senso, i molteplici allarmi sull’inquinamento delle acque, con macchie scure che come ogni da un po’ di tempo tornano in diversi punti, evidenziando problemi alla depurazione o scarichi abusivi.” Sono di queste settimane gli allarmi per una vasta moria di pesci al Rio Tre Denari a Passoscuro a Fiumicino, con assurde schiume, ma anche svariati liquami al canale dei pescatori di Ostia, piuttosto che macchie scure a Ladispoli e ad Ardea. Situazioni nell’area romana, forse anche legate alla recente modifica della normativa sulla balneazione che ha innalzato i limiti di legge per diversi parametri ed eliminato il monitoraggio di altri, facendo diventare balneabili “per legge” luoghi che presentano problemi.

Si amplia la sezione laghi della Guida Blu, che nel Lazio sul fronte delle acque dolci vede perdere le “4 vele” ad Anguillara Sabazia (Rm) sul lago di Martignano, che scende a “3 vele” raggiungendo così Trevignano Romano (Rm), Anguillara Sabazia (Rm) e Bracciano (Rm) per il lago di Bracciano, ma anche Nemi (Rm) sul lago di Nemi e Montefiascone (Vt) sul Lago di Bolsena. Entrano per la prima volta in classifica due località sul Lago del Turano, Castel di Tora (Ri) e Paganico Sabino (Ri) con “2 vele”, che vengono assegnate anche a Bolsena (Vt) sul lago di Bolsena, dove entra nella classifica anche Capodimonte (Vt) sempre con “2 vele”; “2 vele” anche a Ronciglione (Vt) e Caprarola (Vt) sul lago di Vico, oltre che a Castel Gandolfo (Rm) sul lago di Albano che invece ne perde una.

“Sui laghi del Lazio si deve giocare una importante scommessa, per preservare questi luoghi bellissimi creando occasioni di sviluppo agricolo e turistico – dichiara Cristiana Avenali, direttrice di Legambiente Lazio –. Continua la discesa nella classifica di diverse località, mentre è evidente una certa stasi, segno dell’assenza di politiche forti sul ciclo delle acque, rifiuti e controllo della pressione turistica. Ci sono anche però delle nuove entrate nella classifica, sul Lago del Turano e a Bolsena, che speriamo servano a far crescere l’attenzione su questi temi, spesso troppo sottovalutati. Ci sono molteplici meraviglie naturali e storico archeologiche da conservare e tutelare, affrontAndo i diversi punti di criticità, dall’abbassamento dei livelli delle acque, all’abusivismo che deturpa i territori, alla depurazione.”

Complessivamente la “Guida Blu” presenta 367 località costiere di mare e di lago e 50 grotte marine. Non manca la sezione dedicata alle strutture ricettive e turistiche, con l’elenco aggiornato degli alberghi e strutture ricettive per l’ambiente che si fregiano dell’etichetta ecologica di Legambiente Turismo: più di 400 strutture per oltre 65mila posti letti e una stima di presenze che supera i 6 milioni l’anno. Le vele assegnate ai comuni e alle spiagge italiane sono il risultato di un attento e complesso bilancio di 128 parametri, racchiusi in 21 indicatori di qualità.

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In caso di incidente grave nella ipotetica centrale nucleare di Montalto, 600 mila persone evacuate tra la Tuscia, Roma e la Sabina. 3,5 milioni se catastrofe avvenisse a Borgo Sabotino tra Latina, Frosinone e la stessa Roma. Esplosivo dossier, con tutti i numeri e gli effetti della tragedia giapponese, applicati al caso di Roma e del Lazio.

Legambiente Lazio: numeri agghiaccianti, impensabile il rischio nucleare  Appello a votare SÌ ai referendum del 12 e 13 giugno

Quasi 600 mila persone evacuate fino alle porte di Roma e alla Sabina, un danno irreparabile alla vita di decine di centinaia di migliaia di famiglie, studi interrotti nelle 51 istituzioni scolastiche presenti e suddivise in oltre 200 plessi, lavoro perso per quasi tutti, agricoltura in ginocchio per le 38.115 aziende del territorio che coltivano 280.596 ettari, 3,5 milioni di capi abbattuti tra bovini, suini, ovini e pollame vario nelle 7 mila aziende, attività produttive e servizi cancellati, nella sola Tuscia 522 strutture ricettive da chiudere oltre a 288 agriturismi, 21 campeggi, 48 stabilimenti balneari e 590 ristoranti, decretando l’ovvia fine del turismo. “Roma come Fukushima?” è il titolo dell’esplosivo dossier, realizzato a pochi giorni dal voto dei referendum per fare chiarezza sul significato del pericolo nucleare: oltre le pittoresche tute bianche, le maschere e le sirene che in questi giorni stanno affollando le piazze italiane, è questo il possibile scenario post incidente atomico in una ipotetica centrale nucleare a Montalto di Castro (Vt), che Legambiente Lazio ha voluto sbattere in faccia ai cittadini, in modo crudo e argomentato, per poter comprendere bene il concreto rischio che si ha di fronte.

“E’ un futuro sul quale non avremmo proprio mai voluto nemmeno riflettere, eppure è esattamente quanto sta tragicamente vivendo la popolazione giapponese e quanto da venticinque anni si sta protraendo a Cernobyl, un disastro che non deve mai più avvenire e che nello scenario di Roma e del Lazio è agghiacciante, fa tremare al solo pensiero -afferma Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio-. Altro che sciacallaggio, stiamo parlando di centinaia di migliaia di persone in carne e ossa strappate dalla loro vita in Giappone, dai loro affetti, dalle loro abitudini, dal loro lavoro. E’ forse la cosa più tragica che può accadere, un forzoso esodo di massa verso un’esistenza senza senso, con l’impossibilità di rientrare nella propria casa e di mantenere la vita nella propria comunità. Il nucleare dopo Cernobyl purtroppo ancora una volta in Giappone ha evidenziato questi inaccettabili rischi concreti, questo sporco futuro deve essere fermato dai cittadini votando Sì ai referendum del 12 e 13 giugno.”

Nel caso di Fukushima, il governo giapponese ha dapprima fissato un raggio di 20 chilometri dalla centrale entro la quale sono stati evacuati tutti, esteso poi a 30 chilometri, mentre si parla  proprio in questi giorni di un’estensione a 60 chilometri, a seguito delle misure di radioattività effettuate. L’Ambasciata Americana ha, invece, subito prontamente consigliato ai propri concittadini  che si trovavano nell’area di Fukushima di allontanarsi ad almeno 80 chilometri dalla centrale, in modo cautelativo. Non esiste, in realtà, una distanza di sicurezza entro la quale non esistano danni, anzi nel caso dell’incidente di Cernobyl molte autorevoli fonti hanno evidenziato incrementi tumorali anche in Francia e in Gran Bretagna a migliaia di chilometri, ma per questa stima non ne abbiamo voluto tener conto, prendendo in esame il raggio minimo di 80 chilometri proposto dagli americani. Con risultati agghiaccianti.
Se la centrale, poi, dovesse essere a Borgo Sabotino (Lt), lo scenario in caso di un incidente sarebbe ancora peggiore: la città di Latina è nel raggio dei 20 chilometri, quello più stretto dove la radioattività perdurerebbe per centinaia di anni. E il raggio più allargato di 80 chilometri vede pienamente dentro anche la Capitale oltre ai Castelli romani e a Frosinone con quasi l’intera
provincia, con uno scenario impensabile. In questo caso sono oltre 3,5 milioni le persone evacuate negli 80 chilometri fin dentro Roma, mille istituzioni scolastiche bloccate, agricoltura in ginocchio per 100 mila aziende, tralasciando attività produttive, servizi e attività turistico ricettive distrutte con numeri e storie allucinanti.

“Nemmeno se fosse l’unica alternativa possibile si potrebbe scegliere il rischio del nucleare, e non  lo è visto che efficienza risparmio energetico e fonti rinnovabili stanno già cogliendo obiettivi pure superiori a quelli dell’atomo, i cittadini mettano una croce sul SÌ ai referendum per bloccare questa assurdità -afferma Cristiana Avenali, direttrice di Legambiente Lazio-. Non lo dice nessuno ai romani, ai viterbesi, agli abitanti di Frosinone, Latina e Rieti che dovrebbero essere evacuate decine di migliaia di ettari del Lazio, nel caso ci fosse un incidente come quello di poche settimane fa in Giappone nelle ipotetiche centrali di Montalto di Castro o di Borgo Sabotino. Impossibile, purtroppo no, la vecchia tecnologia è in sostanza la stessa e il nostro territorio delicato e sismico come abbiamo tristemente verificato a L’Aquila, con possibili tsunami come quello che nel 1908 ha distrutto Messina e Reggio alto 13 metri, quasi come quello dell’11 marzo scorso a Fukushima che è stato di 14 metri. Basta chiacchiere, tutti al voto, è ora di parlare di cose serie, di puntare i tanti soldi che i cittadini pagano ogni anno in bolletta sulle rinnovabili, l’efficienza e il risparmio e non su dannosi e costose centrali nucleari.”

Non finisce certo qui la mobilitazione di Legambiente Lazio verso i referendum per l’acqua bene comune e per fermare il nucleare. Nel pomeriggio dalle 15 nuovo banchetto informativo nel Municipio 8, a via dei Colombi, e partecipazione al dibattito “Ragioniamo di acqua”, presso la Federazione Nazionale della stampa a Corso Vittorio Emanuele. Domani, 9 giugno, dalle 16 alle 19
volantinaggio lungo la Metro A, da Furio Camillo ad Anagnina; dalle 17 alle 21 partecipazione alla festa dell’acqua a piazza Augusto Lorenzini.

ROMA COME FUKUSHIMA?
I rischi del nucleare, il tragico scenario giapponese e il caso Lazio
Dossier di Legambiente Lazio

Premessa
L’esplosione del reattore numero 4, il 26 aprile dell’86, sprigionò 50 tonnellate di materiale radioattivo, una nube tossica si estese su tutta l’Europa: 200 mila chilometri quadrati di territorio  urono sorvolati dalla nube radioattiva. Oltre 600 mila persone furono ampiamente esposte alle radiazioni: tra loro, 200 mila soldati, i dipendenti della centrale e gli abitanti delle zone vicine all’impianto. La zona di evacuazione iniziale fu di 2.830 chilometri quadrati, con 135 mila persone evacuate. In Giappone, l’agenzia di regolazione nucleare afferma che la fusione nel reattore n.1 di Fukushima si è verificata circa cinque ore dopo il terremoto dell’11 marzo, dieci ore prima di quanto inizialmente stimato dal gestore dell’impianto. Secondo l’agenzia la quantità totale di iodio radioattivo 131 e Cesio 137, rilasciata dai reattori n.1, 2 e 3, per 6 giorni, dall’11 marzo, è stimata a 770.000 terabacquerels. Questo valore è circa il doppio della cifra stimata nel mese di aprile, quando l’Agenzia ha aggiornato la gravità dell’incidente al più alto livello, livello 7, sulla scala internazionale. Le distanze, i pericoli, le zone di evacuazione
Un recente e contestatissimo studio dell’AIEA sostiene che già a una distanza di circa 30 km dal reattore i livelli di radioattività sarebbero scesi a livelli accettabili. Il rapporto CRIIRAD ha, invece, dimostrato, con l’indagine svolta dal 1999 al 2001 ed effettuando oltre tremila misurazioni in Francia, nell’Italia del Nord, in Svizzera, nella Germania del Sud, in Austria per arrivare fino all’Ucraina, che la situazione non è affatto così. Secondo il premio Nobel Georges Charpak le ricadute di Chernobyl potranno provocare in Francia 300 cancri letali in trenta anni. Altrettanti, se non di più, in Italia. Un documento dell’IRSN (l’Istituto francese di Radioprotezione e Sicurezza Nucleare) intitolato  Chernobyl, 17 anni dopo” e datato 2003, cita una pubblicazione del suo  quivalente britannico, il National Radio Protection Board (NRPB), secondo il quale il bilancio dell’incidente sarà da “1000 a 3000 decessi nei paesi dell’Europa occidentale”. La stessa pubblicazione stima tra 2.500 e 75.000 i cancri mortali tra gli abitanti delle regioni occidentali dell’ex URSS. Per l’epidemiologo Lynn Anspaugh la forchetta sarà da 2.000 a 17.000.

I medici e scienziati bielorussi chiedevano l’applicazione del limite di 1 mSv/anno (70 mSv/vita), raccomandato dopo il 1985 dal CIPR (Commissione Internazionale di Protezione Radiologica),  tenendo conto del fatto che le radiazioni ionizzanti sono più nocive di quanto si pensasse negli anni 70. Ma i più colpiti sono i bambini perchè essi accumulano, molto più che gli adulti, il cesio presente nella loro alimentazione. É il caso di tutti gli organi presi in esame e la differenza è particolarmente marcata per il cuore e la tiroide. Il feto è ugualmente irradiato, di fatto, dall’accumulo di cesio nella placenta. Per tali ragioni, ora e sotto la spinta di altri scienziati, si comincia a valutare l’ipotesi di stabilire, per i bambini, un limite di dose inferiore a quello degli adulti: 0,3 mSv/anno, invece di 1 mSv/anno. US govt recommends 80 Km Fukushima evac zone; currently 30km Con un messaggio di posta elettronica per i cittadini americani, l’Ambasciatore John V. Roos in Giappone, ha consigliato un raggio di 80 km per la zona di evacuazione a Fukushima. “La United States Nuclear Regulatory Commission (NRC), il Dipartimento di Energia e altri esperti del Governo degli Stati Uniti hanno esaminato i dati scientifici e tecnici che hanno raccolto dalle attività nel paese, così come quello che il governo del Giappone ha diffuso, in risposta al peggioramento della situazione nella centrale nucleare di Fukushima. Coerenti con gli indirizzi NRC che si applicano a una situa

ione del genere negli Stati Uniti, stiamo raccomandando, come precauzione, ai cittadini americani che vivono entro 50 miglia (80 chilometri) della centrale nucleare di Fukushima di evacuare  l’area(…). Vogliamo sottolineare che ci sono numerosi fattori a seguito del terremoto e dello tsunami, le condizioni meteo, direzione e velocità del vento, e la natura del problema reattore che influenzano il rischio di contaminazione radioattiva all’interno di questo 50 miglia (80 km) di raggio o la possibilità per materiali radioattivi di basso livello di raggiungere distanze maggiori.” Ecco un estratto del testo inviato dall’Ambasciatore. Read more: http://www.digitaljournal.com/article/304743.

Quasi 600 mila persone evacuate fino alle porte di Roma e alla Sabina, un danno irreparabile alla vita di decine di centinaia di migliaia di famiglie, studi interrotti nelle 51 istituzioni
scolastiche presenti e suddivise in oltre 200 plessi, lavoro perso per quasi tutti, agricoltura in ginocchio per le 38.115 aziende del territorio che coltivano 280.596 ettari,
3,5 milioni di capi abbattuti tra bovini, suini, ovini e pollame vario nelle 7 mila aziende, attività produttive e servizi cancellati, nella sola Tuscia 522 strutture ricettive da chiudere
oltre a 288 agriturismi, 21 campeggi, 48 stabilimenti balneari e 590 ristoranti, decretando l’ovvia fine del turismo. […]

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“Siamo fortemente preoccupati, è assurdo che il Sindaco Alemanno affermi l’inesistenza di aree idonee per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti in un territorio di 129mila ettari come quello di Roma, serve un percorso trasparente a partire dallo studio citato, che deve essere subito reso pubblico e verificato fino in fondo -afferma Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio- Anche il metodo è molto brutto, dopo anni di discussione, non si può liquidare tutto con una notina di poche righe inviata a capodanno, quando l’attenzione dei cittadini e delle parti sociali è più bassa. In  al senso è da respingere anche qualsiasi ipotesi di commissariamento, le procedure consentono tutte le scelte necessarie, abbiamo già visto sia nel Lazio che in Campania e ovunque ci sia stato, quali frutti avvelenati produce togliere potere a enti e istituzioni locali. Questo è il metodo che rischia di portarci dritti a scegliere in fase di emergenza luoghi assurdi come Monti dell’Ortaccio o Testa di Cane, ancora una volta affianco a Malagrotta”.

È molto allarmato il commento di Legambiente Lazio, peraltro in un contesto nel quale la discarica di Malagrotta si sta davvero esaurendo: al 30/06/2010 la volumetria residua risultava essere di
1.750.000 metri cubi, con una autorizzazione all’uso fino al 4 gennaio 2011, data dopo la quale saranno necessari ulteriori atti amministrativi. Nella Capitale si producono ben 1.765.958 tonnellate di rifiuti solidi urbani (Rapporto ISPRA, dati 2008), oltre la metà di quella laziale (52,8%), con un quantitativo pro-capite di ben 649 chilogrammi per abitante all’anno; la raccolta differenziata era ferma nel 2008 al 17,4% (nel 2009 al 21% circa secondo dati AMA), contro il 40,7% di Torino e il 32,7% di Milano e molto lontana dagli obiettivi fissati per legge nel 2006 del 45% entro il 31 dicembre 2008. “Tra pochi giorni scadrà l’autorizzazione di Malagrotta e sembra scontata una ulteriore proroga senza nessuna chiarezza su quanto si dovrà fare dei rifiuti della Capitale, il quadro è fosco e drammatico -afferma Cristiana Avenali, direttrice di Legambiente Lazio- A Roma la maggior della spazzatura continua a finire in discarica e la scelta della nuova discarica non si inserisce in nessun contesto pianificatorio coerente: quali sono gli obiettivi di riduzione, riuso e raccolta differenziata nella Capitale? Come pensa l’amministrazione di recuperare il tempo perso per raggiungere entro la fine del 2011 la percentuale minima del 60% di differenziata, fissata dal D.lgs. 152/2006? Quando sarà data la possibilità al Consiglio comunale di valutare e approvare il contratto di servizio con l’Ama, che fissa obiettivi, tempi e modalità per spendere i 630 milioni di Euro che i cittadini versano con la tariffa? Perché non si estende il modello porta a porta che funziona bene e si inventano bizzarri sistemi misti che rendono incomprensibile la raccolta? Queste sono le domande ineludibili per capire almeno di cosa si stia parlando, non servono grandi impianti né grandi nuovi inceneritori, ma progetti e interventi quartiere per quartiere, coinvolgendo i cittadini”.

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BASTA CON LE CHIACCHIERE E LE PRESENTAZIONI, LA PEDONALIZZAZIONE DEL COLOSSEO E DEL TRIDENTE PUÒ ESSERE AVVIATA SUBITO. ALLA CITTÀ SERVONO CONCRETEZZA, RIGORE E SERIETÀ PER CENTRARE SUBITO OBIETTIVI IMPORTANTI CHE IL SINDACO ALEMANNO NON PUÒ CONTINUARE A RINVIARE

30 dicembre 1980 – 30 dicembre 2010 – Dossier di Legambiente Lazio a trent’anni dalla prima pedonalizzazione al Colosseo

Non solo Via dei Fori Imperiali e il Colosseo soccombono alle automobili. Piazza delle Cinque Scole al Ghetto, piazza in Piscinula e piazza De Renzi a Trastevere, oppure piazza Cairoli, piazza S. Paolo alla Regola, piazza Trinità dei Pellegrini, piazza Monte di Pietà in zona Campo de’ Fiori. Sono tutte strapiene di automobili. Per non guardare a Via dei Cerchi o all’Appia Antica o a piazze e strade nei quartieri meno centrali e della periferia. Di pedonalizzazioni a Roma si parla tanto, ma si fa proprio poco. E il Sindaco Alemanno, ha superato la metà del mandato senza sottrarsi alle chiacchiere. Era il 30 dicembre 1980 quando, a due anni dall’avvertimento del Sindaco Argan («O i monumenti o le automobili»), il Colosseo svelò la prima pedonalizzazione italiana, tra il monumento e l’Arco di Costantino, seguita l’anno dopo da Piazza Navona e Piazza di Spagna. Trent’anni dopo Legambiente festeggia a modo suo, con un ricco dossier fotografico, la parziale quanto fondamentale liberazione dalle auto dello spazio, evidenziando tutti gli interventi promessi, approvati… e mai realizzati sulle pedonalizzazioni nella Capitale. Oggi nella Capitale sono pedonali 396.195 metri quadri tra strade e piazze, e possono sembrare tanti ma in realtà sono solo lo 0,03% della superficie comunale. Roma con 14 metri quadri per abitante di aree pedonalizzate si piazza al 62° posto in Italia, nella parte bassa della classifica nazionale che vede una media nelle diverse realtà urbane di 34 metri quadrati di zone interdette al traffico motorizzato ogni 100 abitanti. Eppure tutte le pedonalizzazioni realizzate dalle giunte Rutelli e Veltroni hanno rivelato luoghi magnifici della città, facendoli riscoprire ai romani e ai turisti. Tra i migliori esempi piazza del Popolo, piazza Capranica dietro al Pantheon e la meraviglia del Portico d’Ottavia al Ghetto, piuttosto che piazza dell’Orologio dietro corso Vittorio o piazza di Santa Cecilia e la nuova sistemazione di piazza San Cosimato (per la parte centrale) a Trastevere. Ma resta decisamente molto da fare.

“Le più belle piazze del centro storico di Roma sono disgustosamente assediate dalle automobili, il Colosseo si sta sbriciolando per le polveri sottili del traffico, il Tridente pedonale è rinviato al 2013, nelle aree semi-centrali e periferiche non ci sono interventi di moderazione del traffico, mentre dei grandi sogni di collegamento pedonale lungo la Via Appia Antica non c’è più traccia
-afferma Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio-. Dal 1980 è passato molto tempo, ma Roma è cambiata troppo poco sul fronte degli spazi pedonali, le scelte promesse e approvate nel  Piano Generale del Traffico del 1999 sono rimaste spesso sulla carta, dall’insediamento della Giunta Alemanno, molto prodiga nel parlare di ipotesi e progetti, di interventi di pedonalizzazione non se ne sono più visti. L’isola pedonale che circonda il Colosseo è rimasta un’incompiuta, nonostante la Domenica sia una meravigliosa passeggiata a piedi proprio grazie all’insistenza di Legambiente. I pullman turistici scorrazzano tranquilli grazie ad un nuovo e più permissivo regolamento, la ZTL notturna ha perso due ore restituendo al caos il centro mentre quella diurna non si è né allargata di spazio né allungata di periodo come era invece previsto e la sosta tariffata scontata ha riaperto le maglie alle automobili anche nelle aree più pregiate della città. Mentre del pomposo Piano Strategico della Mobilità non c’è più traccia, il progetto per il Tridente è di là da venire, con una pedonalizzazione parziale spostata al 2013 e legata a nuovi assurdi parcheggi soprattutto a rotazione, e per l’area archeologica centrale il ragionamento è appena avviato. Alla città servono concretezza, rigore e serietà per centrare subito obiettivi così importanti che il Sindaco Alemanno non può continuare a rinviare”.

La fotografia scattata dai volontari di Legambiente è chiara: dei due splendidi itinerari pedonali previsti a Trastevere e tra il Portico d’Ottavia e Campo de’ Fiori non c’è traccia, percorrerli è un vero   proprio slalom tra le automobili parcheggiate ovunque. Le piazza sono parcheggi: piazza in Piscinula straborda di automobili con tanto di doppia fila e parcheggiatore abusivo. La mitica via della Lungaretta è anch’essa affogata tra macchine e scooter come anche piazza del Drago, mentre piazza piazza Giuditta Tavani Arquati, l’ingresso al cuore di Trastevere è oppresso da decine e decine di inutili automobili parcheggiate. A piazza De’ Renzi le bellissime magnolie sono accerchiate dalla ferraglia delle vetture private. Tre vasi ricolmi di rifiuti contendono alle auto un minuscolo pezzo  di piazza S. Giovanni Malva. La stessa Piazza di S. Cecilia, l’unica pedonalizzata, è comunque assediata dalle macchine e dal carico e scarico delle merci. Anche dall’altra parte del Tevere, la  ituazione è sempre la stessa: la pedonalizzazione di piazza Costaguti, piazza Cairoli, V. S. Maria in Ponticelli, piazza S. Paolo alla Regola, piazza Trinità dei Pellegrini, piazza Monte di Pietà non è mai stata avviata e anche qui le macchine occupano completamente lo spazio delle piazze. L’unico intervento effettuato in questa ultima zona ha riguardato la riqualificazione dell’area di Via del Portico d’Ottavia, lasciando ancora in balia delle macchine una parte significativa della bellissima Piazza delle Cinque Scole, al Ghetto, nel cuore antico della città. Mentre la pedonalizzazione parziale del Tridente è rinviata al 2013, a piazza del Parlamento continua il parcheggio selvaggio e di controlli non ce ne sono. Lo stesso destino di mancata pedonalizzazione è toccato a Via dei Cerchi, mentre nessuno dell’Amministrazione si ricorda più del previsto ampliamento di perimetro e di orario della ZTL, per non parlare di aree pedonalizzate e zone a traffico limitato anche nella
periferia.

“A trent’anni dalla prima pedonalizzazione dell’area dell’Arco di Costantino, il Colosseo rimane uno spartitraffico, pur con le auto un po’ più lontane, e la magnifica Via dei Fori Imperiali una sorta  di autostrada urbana con punte fino a 3.400 veicoli all’ora -dichiara Cristiana Avenali, direttrice di Legambiente Lazio-. Via dei Fori Imperiali doveva essere liberata dalle auto private già dal primo luglio 2001, invece ancora oggi, la chiusura al traffico è limitata alla domenica e l’Amministrazione sta ancora decidendo cosa fare. Nel frattempo il Colosseo si sbriciola a causa dell’aggressione delle polveri prodotte dal traffico e il restauro diventa sempre più urgente, cacciando via allo stesso tempo l’inquinamento dal monumento. Anche il piano per la pedonalizzazione del Tridente in sostanza dipende da ben sette parcheggi, tutti interni alle Mura Aureliane, con oltre 2.600 nuovi posti auto, più posti per pullman e per motorini, non riservati ai residenti o agli operatori commerciali e ai loro dipendenti, ma regalati in ampia misura alla sosta a rotazione, con l’idea errata che debba essere possibile arrivare dalla periferia o da chissà dove con la propria auto per fare shopping o altro, nel pieno centro storico di Roma. Una scelta diametralmente opposta a quella di tutte le altre città europee che puntano tutte a edifici e quartieri completamente pedonali, serviti da mezzi pubblici e mobilità alternativa in bici. Basta con le chiacchiere e le presentazioni che il Sindaco Alemanno sta facendo da troppo tempo, dietro alle quali nascondersi per rimanere immobili, spostare più in avanti gli obiettivi e non fare scelte. Non si può perdere altro tempo, la pedonalizzazione del Colosseo può essere avviata realisticamente in 60 giorni, secondo quanto proposto da Legambiente, e si può chiudere subito al traffico anche l’area principale del Tridente senza aspettare futuribili parcheggi”.

Legambiente Lazio, a seguito di una attenta analisi, ha recentemente presentato un piano in tre mosse per pedonalizzare il Colosseo. Per liberare il Colosseo dalle auto, prevede tappe precise da avviare in 60/90 giorni e concludere in 12/24 mesi, pensate sulla base di un attento monitoraggio dei flussi di traffico nell’area. Il piano, che Legambiente ha inviato al Comune e al MIBAC, prevede di pedonalizzare subito i Fori anche il sabato, nelle mattine dei giorni feriali tra piazza Venezia a largo Corrado Ricci, ampliando la ZTL sino a Santa Maria Maggiore lungo via Cavour; entro 8/12 mesi chiudere l’intero tratto piazza Venezia-largo Corrado Ricci al traffico privato per l’intera settimana; entro 12/24 mesi attuare la totale pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali per dare continuità ad un’area che a partire dal “Tridente” raggiunga il Parco dell’Appia Antica. Un piano concreto e praticabile, da attuare subito.

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