“SPEGNI IL RUMORE, ACCENDI IL DIVERTIMENTO”

È necessario abbassare il rumore nella città di Roma, lo dimostra il monitoraggio effettuato dai volontari di Legambiente Lazio  nel periodo dal 20 giugno al 28 luglio. Per più di un mese è stato monitorato l’inquinamento acustico in 104 luoghi della capitale; per quasi tutte le località i rilevamenti sono stati eseguiti in più fasce orarie in modo da avere un quadro completo. Sono state effettuate 162 rilevazioni e per ogni luogo è stato calcolato il valore medio dei decibel. Il rumore è stato determinato con un fonometro standard in precedenza tarato.

I livelli di rumore medi riscontrati sono stati misurati secondo una curva di ponderazione (curva A) che tiene conto della sensibilità dell’udito in funzione della frequenza in un dato intervallo di tempo. Tali livelli vengono indicati con il simbolo LAeq (Livello Equivalente Continuo) che rappresenta un indice globale di valutazione degli effetti del rumore, sia per quanto riguarda il danno, che per quanto concerne il disturbo che esso arreca e vengono misurati in dBA. Inoltre lo strumento ha la capacità di misurare il valore massimo nel tempo di esposizione. Da notare che il decibel, l’unità di misura dell’intensità del suono, è un’unità logaritmica: all’ aumento di 3 dBA del livello sonoro viene raddoppiata la potenza sonora.

NORMATIVA DI RIFERIMENTO

Ai fini della valutazione di Impatto acustico, in questo momento si fa riferimento alla legge 26/10/1995 N. 447 “legge quadro sull’inquinamento acustico” e al d.p.c.m. del 14/11/1997, ha individuato sei classi di aree con diverso utilizzo attribuendo a ciascuno di esse i limiti massimi di esposizione al rumore.

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Oggi il Parco fluviale Capoprati è un Centro di Educazione Ambientale di Legambiente, meta di visite guidate, dove si svolgono progetti didattici per le scuole elementari e medie, uno spazio, inoltre, dove si possono svolgere attività di giardinaggio e cura del verde, di incontro ludico e di scambio
culturale tra giovani e meno giovani, dove tutti e gratuitamente, possono passare qualche ora al fresco della folta vegetazione intrattenendo i bambini nell’area giochi attrezzata.

Nell’area si sono svolti, e sono ancora in corso, importanti progetti didattico ambientali (produzione di compost verde, realizzazione di percorsi didattici e naturalistici, piccolo frutteto dimostrativo) in collaborazione con il Comune e la Provincia di Roma, la XVII Circoscrizione che consentono il costante rapporto tra giovani e giovanissimi cittadini ed istituzioni in materia di tutela e valorizzazione ambientale. Vi si svolgono anche attività ludiche: giochi, noleggio biciclette, centro estivo per bambini, luogo d’incontro anziani che fanno del parco fluviale un piacevole punto di ritrovo per i residenti nei quartieri prima citati e non solo.

Vi si svolgono anche attività ludiche: giochi, noleggio biciclette, centro estivo per bambini, luogo d’incontro anziani che fanno del parco fluviale un piacevole punto di ritrovo per i residenti nei quartieri prima citati e non solo.

Parco Capoprati, è stata una delle sei aree verdi prescelte dall’Assessorato alle Politiche Sociali e Promozione della Salute del Comune di Roma per il progetto “Nonna Roma”. Il progetto prevede l’ospitalità per circa cinquanta anziani nel periodo luglio – agosto ed è in corso tutti gli anni dal 2004.

Pur rimanendo aperto gratuitamente tutto l’anno, il Parco fluviale Capoprati è in piena attività dal 1° Maggio al 30 Settembre di ogni anno, nel periodo autunno- inverno sono previste attività interne dell’associazione, visite guidate per le scuole e manutenzione del verde. L’area in affidamento a Legambiente è stata integralmente recuperata per circa il 70% della sua estensione; il suo completamento prevede la messa a dimora di ulteriori specie
arboree e floreali, siepi, e quanto altro necessario al “piacere” visivo.

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Nel corso del 2013, nel Lazio sono state accertate 2.084 infrazioni, che rappresentano il 7,1% del totale nazionale, ossia 5,7 illegalità al giorno. La regione è tristemente, per il terzo anno consecutivo, al 5° posto nazionale per reati ambientali accertati, subito dopo le “tradizionali regioni a presenza mafiosa”. A questo si aggiunge il dato provinciale che vede Roma salire dal 3° posto del 2012 al 2° in assoluto nel 2013, con 1.200 illeciti, dietro solo a quella di Napoli. L’andamento del trend dei dati relativi alla Regione Lazio, segue quello registrato sul piano nazionale, dove il numero dei reati accertati è in flessione del 14% rispetto allo scorso anno, merito soprattutto del crollo degli incendi boschivi.

“L’enorme numero di reati ambientali nel Lazio sia il motivo fondamentale per non abbassare la guardia nei confronti dell’eco-criminalità, che come raccontano le più recenti indagini condotte dalla magistratura e dalle forze dell’ ordine, si connota sempre più di diverse sfumature. C’è un forte bisogno di contrastare l’illegalità attraverso un rilancio di economie sane, educazione alla legalità e responsabilità condivise. I dati allarmanti – dichiara Roberto Scacchi direttore di Legambiente Lazio – riguardano tristemente tutto il territorio e al numero impressionante di infrazioni a Roma e provincia si aggiunge la drammatica crescita esponenziale di illeciti nella provincia di Latina e Frosinone. È fondamentale tenere altissima la guardia di fronte al ciclo del cemento, dei rifiuti, ma anche nelle nuove frontiere come le agromafie. Va nella giusta direzione l’istituzione da parte della Regione dell’Osservatorio sulla sicurezza e la Legalità, della Consulta Ambiente e Legalità, nonché, sui rifiuti, l’abolizione del “vecchio” scenario di controllo e lo stanziamento di fondi sulla raccolta differenziata per l’avvio di una nuova gestione virtuosa del ciclo sul territorio laziale; queste e altre buone dinamiche devono ora accelerare per non cedere di un metro alle ecomafie.”

Se scende il numero di incendi, aumentano invece il numero di reati nel campo dei rifiuti. Il Lazio infatti nel 2013 sale al 7° posto nella classifica regionale dell’illegalità nel ciclo dei rifiuti. Il numero delle infrazioni nel ciclo dei rifiuti passa a 392 rispetto alle 277 del 2012 così come balzano in avanti anche le denunce che passano a 394 rispetto alle 224 del 2012. Aumentano anche i sequestri effettuati passando dai 175 del 2012 ai 191 del 2013 e si registrano 5 arresti. Intanto è appena all’inizio il mega processo contro il patron di Malagrotta Manlio Cerroni nel quale Legambiente si è costituita parte civile.

A Roma infatti tutto ciò che ruota attorno alla discarica di Malagrotta è finito sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti. Anche i lavori per l’apertura del nuovo sito di Testa di cane (in un’area a ridosso del sito di Malagrotta), di cui avevamo già parlato nell’edizione del 2012 di questo rapporto, hanno spinto la procura Capitolina, a fine gennaio scorso, a rinviare a giudizio uno storico collaboratore del proprietario di Malagrotta. Nel dettaglio, sono quattro i filoni di indagine aperti, confluiti poi in un unico procedimento: la gestione dell’impianto di raccolta e trattamento rifiuti di Albano Laziale, la costruzione dell’impianto di termovalorizzatore di Albano Laziale, la realizzazione di un invaso per un discarica a Monti dell’Ortaccio e la questione legata alle tariffe per lo smaltimento dei rifiuti e alle ordinanze regionali sullo smaltimento dei rifiuti nei Comuni di Anzio e Nettuno.

Altrettanto gravi gli illeciti nel ciclo del cemento dove il Lazio sale ad un preoccupante 4° posto subito dopo le tradizionali Regioni ad insediamento mafioso, seppure si registra, in linea con il quadro nazionale (dalle 6.310 del 2012 alle 5.511 del 2013), una lieve flessione delle infrazioni accertare che passano a 468 dalle 519 dello scorso anno, 0 arresti, 129 sequestri, 534 persone denunciate. Con questi numeri la nostra Regione incide sul totale nazionale dei reati edificatori con l’8,20%.

Al livello provinciale sui rifiuti non si ferma l’escalation della provincia di Roma, che passa a 229 infrazioni accertate, rispetto alle 169 dello scorso anno. Numeri , questi, che la collocano al secondo posto nazionale per infrazioni accertate nel ciclo dei rifiuti, preceduta solo dalla provincia di Napoli con 538 infrazioni. Non va meglio nel cemento: anche le mafie hanno fatto di Roma la loro capitale. Al 7 gennaio 2013, secondo i dati dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, sono 505 i beni immobili e 140 le aziende di proprietà di boss presenti sul territorio laziale. Le mafie investono e riciclano denaro sporco dove il mattone vale di più, ovvero nella Capitale.

“Per il terzo anno consecutivo il Lazio si colloca al terzo posto per numero assoluto di reati ambientali subito dopo le tradizionali regioni a presenza mafiosa. – dichiara Valentina Romoli VicePresidente e Responsabile Ambiente e Legalità di Legambiente Lazio – In questo contesto così difficile va però evidenziato il grandissimo lavoro della procura di Roma guidata dal Procuratore Capo di Roma Giuseppe Pignatone che negli ultimi due anni ha portato le misure di prevenzione contro le attività delle mafie da 3 a 56 provvedimenti. Altrettanto importante però è l’azione della società civile che deve diffondere una nuova cultura della bellezza e della partecipazione nella nostra regione.”

Preoccupa anche il dato della Provincia di Latina, dove i reati ambientali aumentano più del doppio rispetto allo scorso anno, passando a 91 rispetto ai 42 del 2012, così come altrettanto preoccupante è l’ escalation delle illegalità nella provincia di Frosinone, che si colloca al secondo posto su scala Regionale con 37 infrazioni , rispetto alle 22 del 2012. Le varie organizzazioni mafiose infatti si sono da tempo insediate e radicate anche nel sud pontino. A volte attraverso investimenti edili di grande rilevanza, in altri casi con la complicità di una parte della politica locale, in altri ancora invece eleggendo il territorio a luogo privilegiato in cui rifugiarsi.

Aumentano nel Lazio anche le illegalità nel campo della fauna passando dalle 557 del 2012 alle 667 del 2013, numeri che collocano il Lazio al 4° posto nazionale per questo tipo di illeciti.

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288 cave attive, 475 dismesse o abbandonate e canoni di concessione ancora minimi

Legambiente: “Aumentare i canoni e impedire la deregolamentazione dei rinnovi con uno pericoloso silenzio assenso”

Delle 5.592 cave d’Italia, una su sette si trova nel Lazio, ben 763 cave di cui 288 attive e 475 inattive, senza un piano che regolamenti l’estrazione e con una tassazione irrisoria rispetto al guadagno ottenuto, eppure per sabbia e ghiaia i quasi 15 milioni di metri cubi estratti rappresentano addirittura il 62,5% di tutti i materiali cavati in Italia. Ecco, in sintesi, i dati per il Lazio del Rapporto Cave 2014 di Legambiente, che traccia la situazione aggiornata dei numeri, dei guadagni e del quadro normativo relativo all’estrazione di inerti in Italia.

In media nel 2013 nelle regioni italiane i cavatori hanno pagato alla collettività il 3,5% del prezzo di vendita degli inerti, ma nel Lazio questa quota è scesa al 2,4% che, in un giro di affari annuo di quasi 190 milioni di Euro, rappresenta un rientro di appena 4,5 milioni di Euro: il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è di 1 a 42. Nella regione vengono estratti annualmente 14.980.500 metri cubi di sabbia e

ghiaia e 687.674 metri cubi di pietre ornamentali con canoni rispettivamente di 0,30 e 2,00 Euro al metro cubo, ai quali si aggiungono 4.360.675 metri cubi di calcare e 230.400 metri cubi di argilla, con canoni rispettivamente di 0,50 e 0,30 Euro al metro cubo. Canoni irrisori quindi di cui beneficiano solo i privati non portati ad inseguire buone pratiche di riciclo dei materiali come sta invece accadendo in altri paesi europei. E proprio l’incremento di questi canoni è una delle richieste di Legambiente.

“C’è bisogno di aumentare i canoni nella nostra regione ed impedire ogni tentativo di abbassare l’attenzione sui rinnovi delle concessioni – dichiara Roberto Scacchi, direttore di Legambiente Lazio–. Ci sono infatti nuove norme contenute tra le maglie del collegato alla finanziaria regionale e nella proposta di legge regionale 138, secondo le quali il rinnovo delle concessioni e l’avvio di nuove cave rischia di avvenire in futuro con il silenzio assenso dell’amministrazione pubblica; una grave deregolamentazione su cui saremo vigili insieme a quanti in Consiglio Regionale già si stanno impegnando a non far passare tali pericolose norme; tutto questo in un settore che ha bisogno invece dell’esatto contrario soprattutto nel Lazio dove alcune porzioni di territorio sono ormai delle enormi groviere.”

Legambiente, d’altro canto, chiede a gran voce anche di rafforzare la tutela del territorio, i controlli e le legalità di un mondo, quello delle cave, il cui sistema normativo è fermo al 1927. Occorre adeguare il quadro delle regole per garantire tutela e trasparenza ed evitare situazioni come quella di Civita Castellana (VT) e Sutri (VT) dove le cave sono state allargate in assenza della prescritta autorizzazione paesaggistica e del nulla osta idrogeologico. Sono d’altronde imbarazzanti le sanzioni previste dalle Leggi Regionali del Lazio nei casi di coltivazione illegale, abusivismo ed inosservanza delle prescrizioni previste dalle suddette leggi: per l’apertura non autorizzata di una cava, infatti, nel Lazio è prevista una multa compresa tra 35.000 e 350.000 euro per coltivazione illegale, tra 10.000 e 100.000 € per ricerca illegale e tra 3.000 e 30.000 € per mancato permesso di vigilanza. Altri esempi preoccupanti, nella zona tra Ponte Galeria e Malagrotta, nelle immediate vicinanze di Roma, dove l’estrazione di sabbia e ghiaia sta facendo diventare pianeggiante un territorio originariamente caratterizzato dalla presenza di dolci colline. Ad Anguillara Sabazia, invece, continua lo sfruttamento delle cave di basalto, che rischia di determinare conseguenze per la salute di migliaia di cittadini esposti alle polveri e di compromettere anche la stabilità delle abitazioni. Oltre all’impatto derivato dalle attività estrattive, infatti, è sempre più allarmante l’intensità del traffico

pesante per il trasporto del materiale cavato. Il Lazio rimane così ancora una volta la regione che mostra le più serie criticità; il Piano Regionale delle Attività Estrattive (PRAE), approvato nel 2011 dopo molti anni, è stato impugnato, lasciando la nostra Regione senza una precisa pianificazione di settore.

“Enormi sbancamenti assurdi, illegalità, canoni irrisori, assenza di pianificazione: nel Lazio il quadro sulle cave è allarmante -dichiara Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio-. È ora di recuperare le cave abbandonate da decenni e di limitare l’apertura di nuove, la Regione Lazio può invertire subito la rotta per uscire finalmente da una situazione di grandi guadagni privati e di rilevanti impatti nel paesaggio, introducendo canoni di concessione più alti, almeno del 20% rispetto al prezzo di vendita, e favorendo il riciclo degli inerti provenienti dall’edilizia in modo da ridurre sensibilmente l’utilizzo delle discariche come avviene negli altri Paesi europei. Se si puntasse con più convinzione sul riciclo degli inerti si potrebbe tranquillamente ridurre il prelievo da cava, magari innescando anche un serio processo di rinnovamento del parco edilizio

esistente.” Scarica il Dossier Completo Lazio http://goo.gl/Ukg87g Scarica il Dossier Completo Nazionale http://goo.gl/j73EGW

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Roma ha i più alti investimenti ma ancora troppi cani per strada, male anche Latina, qualcosa in più a Frosinone. Rieti e Viterbo non rispondono al questionario

Ancora poca l’attenzione per la gestione e la tutela degli animali nei capoluoghi del Lazio,  secondo “Animali in Città”, l’indagine di Legambiente che valuta i servizi e le attività dei Comuni capoluogo a favore degli amici a quattro zampe. Le amministrazioni comunali fanno poco per fermare il randagismo a fronte delle risorse economiche impiegate. Roma si piazza in 9° posizione su 15 grandi città con un punteggio di 30,84 su 100, Latina 35esima su 44 fra le città medie con 28,75 e Frosinone in posizione 18 su 45 sulle piccole con 39,72. Viterbo e Rieti non sono inserite in classifica perché non hanno risposto al questionario. Saranno sempre troppi i cani e gatti che soffrono in strada a Roma se non si incentiva anagrafe e sterilizzazione degli animali d’affezione: unici risultati evidenti l’enorme sforzo per le adozioni, le difficoltà nella restituzione di cani ai proprietari e l’aumento dei costi per i cittadini. Latina poco meglio e qualcosa in più fa Frosinone che indica una buona media di cani restituiti o dati in adozione.

Roma è la città che spende di più in Italia, fra le amministrazioni che hanno risposto al questionario, dichiarando di investire 3,4 euro/cittadino. Latina spende 1,6 euro/residente e Frosinone 2
euro/residente.

“Secondo gli ultimi dati dell’anagrafe canina nazionale, il Lazio è una delle regioni con il maggior numero di cani “noti” rispetto ai cittadini, almeno uno ogni 10 abitanti con ben 550.489 cani, ma ancora si fa poco per i cittadini e i loro animali d’affezione – dichiara Roberto Scacchi, direttore di Legambiente Lazio. Aree cani, controlli, canili rifugio che attendono da tempo risposte, denotano che nella Capitale, ad un alto investimento pro-capite per gli amici a quattro zampe, corrisponde solo un mediocre risultato. I romani vedono bene quanto gli operatori dei canili e i volontari per strada facciano salti mortali per mantenere risposte decenti ai cittadini pur a dispetto della corsa ad ostacoli giornaliera a cui sono sottoposti. A Roma è urgente superare la situazione attuale che vede uno stallo prolungato degli ultimi 5 anni sulla qualità delle politiche a servizio dei cittadini e dei loro amici a quattro zampe.”

Rispetto all’attenzione e alla conoscenza della presenza di cani nel territorio, Frosinone è l’unica a dichiarare il dato. Nel capoluogo ciociaro risulta un cane ogni 16 residenti. Nessun comune laziale indica il dato sulla presenza degli spazi in città dedicati agli animali, misurato come rapporto tra il numero di cittadini residenti e il numero di aree cani urbane dichiarate.

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Con l’articolo 3 ter, comma 3 da 2,7 a 4,5 milioni di metri cubi residenziali per 40mila nuovi abitanti: una maxi variante al Prg di Roma.

Gli ambiti della città storica, da Garbatella a San Lorenzo, a rischio stravolgimento.

Legambiente Lazio nel nuovo “Dossier Piano Casa” ha studiato le ricadute sul Prg di Roma del nuovo Piano Casa delle Regione, con riferimento all’impatto sui delicati e preziosi tessuti della Città Storica e all’impatto sul dimensionamento del PRG del 2008. Il testo sta infatti per essere calendarizzato per la definitiva approvazione da parte del Consiglio Regionale e dopo aver preso parte alle audizioni svoltesi presso la competente Commissione con la presentazione di un documento di analisi fatto di proposte migliorative che sono state trasformate in emendamenti dalla Consigliera Regionale Cristiana Avenali, Legambiente mette in fila in numeri di quella che sembra più una variante urbanistica.

Alla conferenza stampa sono intervenuti Roberto Scacchi, Direttore di Legambiente Lazio, Cristiana Avenali, Consigliere Regionale compenente commissione ambiente, Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale e responsabile urbanistica Legambiente, Carlo Maggini, Circolo Legambiente Aniene.

Dal dossier, in relazione a Roma, persistono due criticità che rischiano di regalare nuove colate di cemento: in primo luogo l’articolo 3ter comma 3 che permetterebbe di costruire nuova edilizia residenziale per 2.745.600 di metri cubi nell’ipotesi minima e 4.529.894 di metri cubi nell’ipotesi massima non prevista dal piano vigente, e poi la possibilità di applicare il Piano Casa sugli immobili ricadenti nella Città Storica individuata dal Prg del 2008. In particolare la possibilità di cambiare la destinazione d’uso da servizi a residenziale, con un premio in cubatura, perfino per le previsioni ancora da realizzare nei piani attuativi risulta preoccupante. Perché riguarda quartieri oggi dormitorio e che invece di veder finalmente arrivare servizi e funzioni urbane vedranno sorgere altre case. E’ da sottolineare che le previsioni e i numeri del dossier di Legambiente riguardano solo Roma, ma gli effetti del Piano Casa si determinerebbero anche in tutto il Lazio. Già molto è stato fatto con le proposte di Legge regionale n. 75 e n. 76 della Regione Lazio a modifica del Piano Casa, ma molto rimane ancora da fare per creare una vera discontinuità con la sciagurata stagione della Legge regionale 11 agosto 2009, n.21 il Piano Casa dalla Giunta Polverini/Ciocchetti. L’art.3ter comma 3 nel testo attuale del Piano Casa prevede: “Nelle aree edificabili libere con destinazione non residenziale, nell’ambito di piani e programmi attuativi di iniziativa pubblica o privata, nonché di ogni atto deliberativo comunale avente efficacia di atto attuativo del Prg, ancorché decaduti, è consentito il cambio di destinazione d’uso delle superfici utili lorde non residenziali, previste dal Piano per la stessa area, per la realizzazione di immobili ad uso residenziale, fino ad un massimo di mq 10.000 di superficie utile lorda, a cui può essere aggiunto l’incremento del 10% della superficie utile lorda oggetto del cambio di destinazione d’uso. La realizzazione di tali interventi rimane subordinata alla riserva di una quota di superficie, stabilita nella misura minima del 30%, destinata alla locazione con canone calmierato per l’edilizia sociale”. Cioè il massimo di applicabilità dell’art. 3ter comma 3 è pari a mq 10.000, + un’incentivo del 10%, e quindi mq 11.000 (pari a mc 35.200, corrispondenti a 293 nuove stanze/nuovi residenti). 1/3 di quella cubatura, nella misura minima (mc 11.733) sono destinati all’edilizia sociale per la durata di 15 anni, dopodiché, sia pure a prezzi ribassati rispetto al mercato, quegli alloggi andranno in libera vendita, mentre 2/3 di quella cubatura (mc 23.467) sono destinati da subito al libero mercato. Nel testo precedente, l’art. 3ter comma 3 era letteralmente micidiale per gli equilibri del Prg, giacchè pur prevedendo superfici analoghe – mq 10.000 + 10% – stabiliva una raccapricciante retroattività di ordine proporzionale, estesa alle superfici non residenziali già realizzate nell’ambito, ed estese anche alle superfici non residenziali ancora da realizzare, purchè programmate. Per fare un solo esempio: a Bufalotta quest’articolato prevedeva mq 10.000 + 10%, più in proporzione quanto già realizzato per Ikea, per Leroy Marlen, e quanto ancora da realizzare con destinazione non residenziale, ossia mc 1.000.000. Il che significava qualcosa come almeno mc 800.000.

Nel dossier Legambiente sottolinea come il nuovo testo del Piano Casa ha sicuramente portato cambiamenti importanti al famigerato, Piano Casa della Giunta Polverini, contestato dall’intero mondo ambientalista e oggetto dell’impugnativa del Governo Monti attraverso l’azione del Mibac. Nel nuovo testo del Piano Casa (ex Legge Regionale n. 21, oggi L.R. n. 75) attraverso il combinato disposto con la L.R. n. 76 (recepimento delle osservazioni impugnative del Mibac) già approvata dal Consiglio Regionale, scompare la norma che avrebbe consentito nei Piani Attuativi già disciplinati dai Prg di chiedere il cambio di destinazione d’uso a residenziale per le aree disciplinate a verde pubblico e servizi di standard, viene cassata la possibilità di applicare il Piano Casa sugli immobili ricadenti nelle aree agricole, è stata cancellata la norma che prevedeva l’applicazione del Piano Casa sugli immobili ricadenti nelle Aree 4/Aree di sviluppo economico e sociale dei Parchi Regionali dotati di Piano d’Assetto, e per i Parchi tuttora privi del Piano, sugli immobili ricadenti nelle Aree B delle singole leggi istitutive delle Aree Protette (1.500 ettari complessivamente coinvolti), sono state definite categorie edilizie certe per gli ampliamenti degli immobili, è stata eliminata la norma che consentiva l’applicazione del Piano Casa sugli immobili ricadenti in aree con vincoli paesistici, poiché ambiti costieri, è stata cassata la norma che prevedeva, ai fini dell’accesso al Piano Casa, la possibilità dell’autocertificazione degli immobili tuttora privi di concessione edilizia in sanatoria, che avrebbe costituito un gigantesco “perdono edilizio”. Legambiente chiede alla Regione Lazio di segnare la discontinuità con la gestione del Piano Casa di Polverini e Ciocchetti intervenendo sui problemi ancora aperti e che potrebbero determinare impatti negativi rilevanti su Roma e le altre città del Lazio. “Roma ha bisogno di interventi di riqualificazione e di servizi nelle periferie, portare altre case in quartieri con rilevanti problemi idrogeologici sarebbe una scelta sciagurata che chiediamo alla Regione di scongiurare. Il Piano Casa così com’è si applicherebbe anche a Ostia, Prima Porta, Isola Sacra, Infernetto, Castel Giubileo – dichiara Roberto Scacchi direttore di Legambiente Lazio -. Per questo chiediamo di modificare la norma sul cambio di destinazione d’uso per i programmi attuativi o quanto meno di riaprire i termini del Piano Casa ai comuni che potreanno così decidere autonomamente l’impatto, facendo in modo che questo strumento sia applicato per la riqualificazione di ambiti individuati dove avviare politiche di rigenerazione urbana”.

“Nel Lazio va aperta finalmente la stagione della rigenerazione urbana – ha dichiarato Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale Legambiente – La proposta di Piano Casa presentata dalla Giunta Zingaretti rischia di dare continuità ad interventi che guardano al passato, prevedendo altre case in quartieri dormitorio al posto dei servizi previsti dal piano. Per rilanciare il settore edilizio, creare lavoro, occorrono invece provvedimenti per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio  e scelte chiare per lo stop al consumo di suolo e il recupero delle periferie, la lotta all’abusivismo”. La piaga dell’abusivismo continua infatti, in barba alla crisi economica, a aggredire il territorio italiano con 26mila immobili illegali costruiti in Italia nel 2013.

GLI IMPATTI DEL NUOVO PIANO CASA
Qual è il campo di azione dell’Art. 3ter comma 3, individuato dalla Delibera n. 9? Legambiente ha individuato 176 ambiti/aree, tra: le aree del I° e del II° PEEP (Piano di Edilizia Economica e Popolare) con destinazione non residenziale non attuata (questi sono i piani ancorché decaduti), 12 ambiti individuati dal Prg nella dizione detta “ambiti a pianificazione particolareggiata definita” ossia aree disciplinate da strumenti attuativi approvati prima del nuovo Prg, le Zone 0 ossia i quartieri abusivi ex borgate sanate dal I° Condono Edilizio (nel Prg definite ambiti a pianificazione particolareggiata definita) e gli Ambiti a Trasformazione Ordinaria ossia il “residuo” delle previsioni edificatorie del Prg del ’65 generosamente confermati nella loro edificabilità dal nuovo Prg (questi sono i Piani attuativi disciplinati successivamente all’approvazione del Prg).

Su questi 176 ambiti/aree effettuando una stima della potenzialità edificatoria teorica minima/massima, abbiamo ottenuto una stima/proiezione dell’applicazione dell’art. 3ter comma3 che, nella sua ipotesi minima “mette in gioco” mc 2.745.600 (22.880 nuove stanze/residenti, su mq 773.625), mentre nell’ipotesi massima vengono “messe in gioco” mc 4.529.894 (ossia 37.749 stanze/residenti, su mq 1.415.591). Numeri in entrambi le ipotesi di una Variante Generale al Prg, e le Varianti le fanno i Consigli Comunali, non la Regione. Secondo l’art. 4 comma 2 del “vecchio” Piano Casa si prevedeva la possibilità per i Comuni di approvare specifiche Deliberazioni per individuare, rispetto ai propri Prg, in quali ambiti applicare i singoli articoli, e in quali ambiti inibirne l’applicazione. Questo perché il Piano Casa agisce in variante dei Prg vigenti, e quindi un’indiscriminata applicazione significherebbe l’implosione delle previsioni e dei contenuti degli strumenti urbanistici. In tal senso il 30 Gennaio 2012, la Giunta Alemanno portò in Consiglio Comunale la Delibera n. 9, con la quale, in riferimento all’art. 3ter comma3, si indicava dove applicarlo e dove non applicarlo. Questa Delibera si limita perà ad escludere dall’applicazione dell’art. 3ter comma 3 le Centralità da pianificare (Anagnina Romanina, Tor Vergata, La Storta, Pietralata, Acilia–Madonetta, Saxa Rubra, Massimina, Ponte Mammolo, Ostiense), dove il Prg prevede un mix di funzioni, e quindi l’applicazione di quell’articolo avrebbe compromesso il giusto equilibrio tra le varie destinazioni d’uso, gli Ambiti di Riserva a Trasformabilità vincolata (ex aree agricole oggetto di apposito bando emanato dalla Giunta Veltroni per il reperimento di aree per soddisfare le “solite” esigenze compensative, per circa 420 ettari, dai 770 ettari del Piano adottato, poi ridotti dal Tavolo Verde a circa 350, per essere poi riportati nei numeri detti durante la notte durante la quale fu approvato il Prg) e le aree afferenti al Sistema dei Servizi, delle Infrastrutture e degli Impianti Tecnologici individuate dal Piano. Tutto qui: e infatti la Delibera n.9 individua il “campo di applicazione” dell’art. 3ter comma 3 negli Ambiti a Pianificazione Particolareggiata definita e nei Piani Attuativi approvati successivamente all’approvazione del Prg del 2008. Non è infatti poco, perché occorre considerare che il Prg del 2008 è in “fase da tempo attuativa” per qualcosa come almeno il 75% delle proprie previsioni, ed inoltre la dizione – i piani ancorché decaduti – rischia di “resuscitare” previsioni urbanistiche ormai vetuste.

Legambiente chiede alla Regione di dare la possibilità ai Comuni di avviare proprie deliberazioni che indichino dove si applica l’art.3 ter comma 3, e dove invece non si applica. Anche perché i Comuni hanno espresso le proprie deliberazioni sulla base del vecchio testo della legge; logica vuole che se cambia il testo, i Comuni abbiano una nuova possibilità per esprimersi. Per Roma rimettere mano alla delibera sarebbe un’occasione: è noto che nella sua campagna elettorale, il Sindaco Marino ha parlato di 112 ambiti dove avviare politiche di rigenerazione urbana (erano 113, ma l’operazione sulla Caserma di Via Guido Reni è già avviata). Allora si individuino questi 112 ambiti, li si confronti con le specifiche previsioni del Prg, e si istruisca una nuova delibera che superando la Delibera n. 9 di Alemanno, stabilisca che il 3ter comma 3 si applica elusivamente negli ambiti di rigenerazione urbana individuati. In questo modo queste trasformazioni possono essere il “volano” per attrarre gli operatori: l’alternativa è quella descritta nel nostro dossier in schede dei singoli Municipi , ossia “fare altre case” in quartieri e ambiti dove attualmente ci sono soltanto case.

La Delibera n. 9 apre poi un “varco” sulla Città Storica del Prg, salvaguardando esclusivamente i Tessuti T1, T2, T3 e T10. Tutto il resto (T4, T5, T6, T7, T8, T9) è Piano Casa/Capo II°. Amorfe sigle, nascondono luoghi bellissimi, il “bel costruito” di Roma, la memoria architettonica del nostro Paesaggio Urbano. Inoltre i 25.000 Edifici della Carta della Qualità saranno, secondo la delibera, oggetto di un adeguamento da parte degli Uffici per valutarne l’effettivo valore, e quindi valutare la possibilità di ampliare il campo d’azione del Piano Casa.
La Città Storica individuata dal Prg. Il Piano Regolatore del 2008 estende la tutela dalla sola Zona A del D.M. 1444/68, ossia il Centro Storico interno alle Mura Aureliane, a parti di città esterne al Centro Storico, anche situate in Periferia. Dai 3.200 ettari del Prg del ’65, si arriva a 5.370 ettari. La Città Storica è quindi anche la Città Giardino di Montesacro, di Garbatella, i villini di Via
Nomentana e del Lungomare Paolo Toscanelli a Ostia, l’Eur, San Lorenzo, Testaccio, Prati, il quartiere Coppedè, Gianicolense, Portuense, Monteverde, Flaminio. A questi occorre aggiungere i 25.000 edifici censiti nella Carta della Qualità. La Delibera n. 9 esclude Piazza Navona, gli edifici innsistenti sul Pantheon, parte di Trastevere, parti del quartiere Monti, l’area del Tridente e intorno a Piazza del Popolo, Piazza di Spagna e gli immobili intorno al Quirinale, Piazza Esedra e dintorni, Via Veneto, parte di Via del Corso e un’altra parte di Trastevere, il Borgo Storico di cesano, Santa Maria di galeria, il Castello di Lunghezza, il complesso del San Michele, Palazzo Farnese … e ci mancherebbe. Possono invece essere oggetto del Piano Casa (ampliamento, cambio di
destinazione d’uso, sostituzione edilizia con demolizione e ricostruzione) il quartiere Coppedè, il Salario, Piazza Bologna, San Lorenzo, l’Esquilino, i Parioli, San Giovanni, Ostia, Prati, Flaminio, l’Eur e Testaccio. Al fine di salvaguardare la Città Storica e gli edifici inseriti nella Carta della Qualità, Legambiente Lazio ha proposto all’Assessore Civita un emendamento con l’obiettivo di escludere tali ambiti dall’applicazione del Piano Casa. Una norma che prevede la salvaguardia e la conservazione dei volumi esistenti e l’immodificabilità delle facciate, con il fine di preservarne il carattere qualitativo all’interno della memoria storica del paesaggio urbano.

“Una delle conquiste del Nuovo Piano Regolatore di Roma approvato nel 2008 era nel passaggio dal concetto di Centro Storico al tema della Città Storica – dichiara Carlo Maggini del circolo Legambiente Aniene – . La delibera n. 9 del 2009 voluta dall’allora Sindaco On. Alemanno, per la definizione degli ambiti di applicazione del Piano Casa torna indietro nel tempo, salvaguardando soltanto gli edifici del vecchio Centro storico (i tessuti T1, T2, T3 e T10 nuclei isolati). Tutto il resto rimane incluso nella potenzialità di applicazione del Piano Casa, Capo II. Parliamo dell’edilizia di pregio dei quartieri della fine dell’ottocento e del novecento. Qui il Piano Casa rimane applicabile con interventi di ampliamento, sostituzione edilizia con demolizione e ricostruzione degli edifici, cambio di destinazione

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