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Muro dei Francesi: “Soprintendenza adegui vincolo a disposizioni TAR”

Muro dei Francesi a Ciampino, dopo la pronuncia del TAR arte, storia e paesaggio possono sparire sotto una nuova colata di cemento. Legambiente: “La Soprintendenza adegui immediatamente il vincolo a quanto disposto dal Tribunale Amministrativo”
 
Dopo che nel novembre 2013 il Ministero dei beni culturali bloccava l’assurdo progetto voluto dal comune di Ciampino, riguardante la costruzione di 10 palazzine di edilizia convenzionata sull’area di Muro dei Francesi, arrivano ora i pronunciamenti del TAR del Lazio. Se da un lato i costruttori vedono accolto parzialmente il ricorso, il Tribunale Amministrativo indica chiaramente che sta alla Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per le provincie di Roma, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo, rideterminare il vincolo per preservare l’area dal punto di vista ambientale, storico e archeologico.

“Sia bloccata la costruzione di 55 mila metri cubi di palazzi in un’area di incredibile interesse paesaggistico, storico e archeologico – dichiara Roberto Scacchi Presidente di Legambiente Lazio – e per farlo è la Soprintendenza che deve immediatamente adeguare i vincoli a quanto disposto dal Tribunale Amministrativo del Lazio. Invece di abbassare la guardia, facendo cadere i vincoli, sui beni storico-ambientali che possono essere la vera forza del nostro territorio, vanno convogliate risorse perchè diventino le aree fulcro di un futuro sviluppo sostenibile. Continua ad essere poi assurdo che la tutela della veduta e dell’integrità del muro e dei coni visuali verso i castelli sia negata a tutti i cittadini ma garantita nei confronti di chi potrà costruire quasi a ridosso delle strutture archeologiche e degli altri elementi che compongono quell’area.”

Legambiente proseguirà nell’azione giudiziaria e, ove servisse, gli attivisti del cigno verde sono pronti a scendere in campo per difendere il vincolo in questo storico luogo, sede dei casali secenteschi e del portale barocco, con i resti della villa attribuita a Messalla Corvino, dove sono state scoperte sette imponenti statue di età augustea, raffiguranti il mito di Niobe.

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Blitz di Legambiente a Paglian casale #stopconsumodisuolo

In occasione del lancio di stopalconsumodisuolo.crowdmap.com i Volontari di Legambiente Lazio dicono no ad una nuova colata di cemento nel territorio di Paglian Casale che porterà quasi 8.000 nuovi residenti nel pieno della campagna laziale regalando denaro ai costruttori in cambio di un territorio romano deturpato e con un maggior rischio idrogeologico.

Con lo slogan “Basta case vuote, fragili, dispendiose e insicure come castelli di carta” Legambiente ha presentato oggi la nuova piattaforma open data stopalconsumodisuolo.crowdmap.com con la quale tutti gli utenti potranno segnalare un territorio minacciato da progetti edilizi, lottizzazioni, autostrade. Nel Lazio sono già state contrassegnate ben 10 località a rischio di cui una, quella di Paglian Casale, è stata teatro questa mattina di un blitz di volontari dell’associazione.

Al 2012 il consumo di suolo nel Lazio era pari all’8,8% corrispondenti a 1.517 chilometri quadrati; una percentuale destinata a crescere che colloca la regione al quarto posto in Italia per la cementificazione del territorio. L’area in questione, di 870.081 metri quadri, è delimitata dal medio corso del Fosso della Falcognana, del Fosso dei Radicelli, e del Fosso della Solforata e dai tre ampi altopiani ondulati tra essi interclusi determinando “quel caratteristico paesaggio della Campagna Romana caratterizzato dal distendersi di amplissime estensioni ondulate, punteggiate da radi insediamenti rurali e scenograficamente dominate dal profilo dei Colli Albani”. Le parole sono del Decreto di Vincolo del Mibac/Direzione

Regionale per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Lazio/Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per il Comune di Roma, con le quali veniva motivato nel 2004 la Dichiarazione di area di notevole interesse pubblico. La dichiarazione sembra ora caduta nel dimenticatoio e sono previsti ben 922.012 metri cubi di cemento, per una totale di nuovi insediati pari a 7.683.

“Un’area quindi di interesse pubblico e paesaggistico che ora, secondo il Piano Regolatore, potrebbe essere invasa da quasi 8.000 nuove abitanti ed un milione di metri cubi di costruzioni in una regione già soffocata dal cemento e ad alto rischio idrogeologico. – ha dichiarato Roberto Scacchi Direttore di Legambiente Lazio- Una zona, quella di Paglian Casale, lontana, enorme, assurda, in pieno agro romano e che avrebbe, come unica via di comunicazione un’Ardeatina inadeguata a sopportare un carico di traffico superiore all’attuale. Il sindaco Marino ha proprio oggi dichiarato di non volere altro cemento nell’agro romano, che quindi fermi anche questo consumo di suolo a danno del verde storico della campagna laziale. “

Per porre un freno a questo scellerato consumo di suolo è importante rivalorizzare il patrimonio immobiliare sfitto della regione che nella sola capitale ammonta a 245.000 abitazioni e aumentare l’irrisoria tassazione sull’estrazione degli inerti che fa risultare più economica la costruzione di nuovi edifici piuttosto che il riutilizzo o la messa a norma del già esistente.

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Legambiente, Rapporto cave 2014: una cava su sette è nel Lazio

288 cave attive, 475 dismesse o abbandonate e canoni di concessione ancora minimi

Legambiente: “Aumentare i canoni e impedire la deregolamentazione dei rinnovi con uno pericoloso silenzio assenso”

Delle 5.592 cave d’Italia, una su sette si trova nel Lazio, ben 763 cave di cui 288 attive e 475 inattive, senza un piano che regolamenti l’estrazione e con una tassazione irrisoria rispetto al guadagno ottenuto, eppure per sabbia e ghiaia i quasi 15 milioni di metri cubi estratti rappresentano addirittura il 62,5% di tutti i materiali cavati in Italia. Ecco, in sintesi, i dati per il Lazio del Rapporto Cave 2014 di Legambiente, che traccia la situazione aggiornata dei numeri, dei guadagni e del quadro normativo relativo all’estrazione di inerti in Italia.

In media nel 2013 nelle regioni italiane i cavatori hanno pagato alla collettività il 3,5% del prezzo di vendita degli inerti, ma nel Lazio questa quota è scesa al 2,4% che, in un giro di affari annuo di quasi 190 milioni di Euro, rappresenta un rientro di appena 4,5 milioni di Euro: il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è di 1 a 42. Nella regione vengono estratti annualmente 14.980.500 metri cubi di sabbia e

ghiaia e 687.674 metri cubi di pietre ornamentali con canoni rispettivamente di 0,30 e 2,00 Euro al metro cubo, ai quali si aggiungono 4.360.675 metri cubi di calcare e 230.400 metri cubi di argilla, con canoni rispettivamente di 0,50 e 0,30 Euro al metro cubo. Canoni irrisori quindi di cui beneficiano solo i privati non portati ad inseguire buone pratiche di riciclo dei materiali come sta invece accadendo in altri paesi europei. E proprio l’incremento di questi canoni è una delle richieste di Legambiente.

“C’è bisogno di aumentare i canoni nella nostra regione ed impedire ogni tentativo di abbassare l’attenzione sui rinnovi delle concessioni – dichiara Roberto Scacchi, direttore di Legambiente Lazio–. Ci sono infatti nuove norme contenute tra le maglie del collegato alla finanziaria regionale e nella proposta di legge regionale 138, secondo le quali il rinnovo delle concessioni e l’avvio di nuove cave rischia di avvenire in futuro con il silenzio assenso dell’amministrazione pubblica; una grave deregolamentazione su cui saremo vigili insieme a quanti in Consiglio Regionale già si stanno impegnando a non far passare tali pericolose norme; tutto questo in un settore che ha bisogno invece dell’esatto contrario soprattutto nel Lazio dove alcune porzioni di territorio sono ormai delle enormi groviere.”

Legambiente, d’altro canto, chiede a gran voce anche di rafforzare la tutela del territorio, i controlli e le legalità di un mondo, quello delle cave, il cui sistema normativo è fermo al 1927. Occorre adeguare il quadro delle regole per garantire tutela e trasparenza ed evitare situazioni come quella di Civita Castellana (VT) e Sutri (VT) dove le cave sono state allargate in assenza della prescritta autorizzazione paesaggistica e del nulla osta idrogeologico. Sono d’altronde imbarazzanti le sanzioni previste dalle Leggi Regionali del Lazio nei casi di coltivazione illegale, abusivismo ed inosservanza delle prescrizioni previste dalle suddette leggi: per l’apertura non autorizzata di una cava, infatti, nel Lazio è prevista una multa compresa tra 35.000 e 350.000 euro per coltivazione illegale, tra 10.000 e 100.000 € per ricerca illegale e tra 3.000 e 30.000 € per mancato permesso di vigilanza. Altri esempi preoccupanti, nella zona tra Ponte Galeria e Malagrotta, nelle immediate vicinanze di Roma, dove l’estrazione di sabbia e ghiaia sta facendo diventare pianeggiante un territorio originariamente caratterizzato dalla presenza di dolci colline. Ad Anguillara Sabazia, invece, continua lo sfruttamento delle cave di basalto, che rischia di determinare conseguenze per la salute di migliaia di cittadini esposti alle polveri e di compromettere anche la stabilità delle abitazioni. Oltre all’impatto derivato dalle attività estrattive, infatti, è sempre più allarmante l’intensità del traffico

pesante per il trasporto del materiale cavato. Il Lazio rimane così ancora una volta la regione che mostra le più serie criticità; il Piano Regionale delle Attività Estrattive (PRAE), approvato nel 2011 dopo molti anni, è stato impugnato, lasciando la nostra Regione senza una precisa pianificazione di settore.

“Enormi sbancamenti assurdi, illegalità, canoni irrisori, assenza di pianificazione: nel Lazio il quadro sulle cave è allarmante -dichiara Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio-. È ora di recuperare le cave abbandonate da decenni e di limitare l’apertura di nuove, la Regione Lazio può invertire subito la rotta per uscire finalmente da una situazione di grandi guadagni privati e di rilevanti impatti nel paesaggio, introducendo canoni di concessione più alti, almeno del 20% rispetto al prezzo di vendita, e favorendo il riciclo degli inerti provenienti dall’edilizia in modo da ridurre sensibilmente l’utilizzo delle discariche come avviene negli altri Paesi europei. Se si puntasse con più convinzione sul riciclo degli inerti si potrebbe tranquillamente ridurre il prelievo da cava, magari innescando anche un serio processo di rinnovamento del parco edilizio

esistente.” Scarica il Dossier Completo Lazio http://goo.gl/Ukg87g Scarica il Dossier Completo Nazionale http://goo.gl/j73EGW

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2014/03/26 – Stadio Roma, Legambiente: Comune apra dibattito pubblico dopo presentazione progetto

“Sullo Stadio della Roma chiediamo al Comune di aprire un dibattito pubblico per permettere a cittadini e associazioni di partecipare e presentare osservazioni nei primi trenta giorni dalla consegna del progetto -dichiara Edoardo Zanchini, vice presidente di Legambiente-. È una procedura non prevista dalla nuova legge sugli stadi, ma indispensabile rispetto a un progetto di questa dimensione, con queste caratteristiche rispetto all’area e alla realizzazione. Non esiste infatti un intervento paragonabile, per un’opera che sarà di interesse pubblico anche se di proprietà privata, se passerà al vaglio del Comune. Sull’accessibilità allo stadio, poi, chiediamo subito chiarezza riguardo alla presenza di una nuova stazione con il prolungamento della Metro B e sulla vincolante copertura dei costi da parte del privato.”

Per esprimere le proprie osservazioni Legambiente attende la consegna del progetto a Roma Capitale, che dovrebbe avvenire nei prossimi 15 giorni secondo quanto annunciato, ma presenta subito una richiesta chiara e precisa per riconsegnare al dibattito in città la realizzazione del nuovo stadio, altrimenti preclusa da qualsiasi fase di consultazione dei cittadini, visto l’utilizzo delle procedure della nuova legge sugli stadi che supereranno molte norme in vigore con deroghe e procedure semplificate e accelerate, senza le quali sarebbe in pratica impossibile realizzare l’opera.

“Sullo stadio serve la massima chiarezza e trasparenza, ci sono vincoli e condizioni importanti e costi da sostenere che vanno discussi con la città, tanto più che si sta programmando di fatto una nuova centralità fuori dal piano regolatore -aggiunge Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio-. Nell’area di Tor di Valle ci sono diversi elementi di delicatezza, la presenza del Tevere a pochi metri e i vincoli paesaggistici e idraulici che ne derivano, le destinazioni e gli indici di piano regolatore, l’impianto di depurazione e teleriscaldamento da interrare, le questioni infrastrutturali legate alle ferrovie e metropolitane e al vincolo autostradale. Attendiamo la presentazione formale del progetto al Comune, invece, per capire quantità e funzioni commerciali e di uffici che saranno previste, mentre la legge è chiara rispetto all’impossibilità di realizzare cubature residenziali, nell’area o altrove a copertura dei fabbisogni economico finanziari.”

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Goletta Verde di Legambiente nel Lazio: dal 1988 cancellati definitivamente oltre 41 km di costa

Goletta Verde di Legambiente nel Lazio
Continua l’aggressione del cemento e il consumo di
suolo sulla costa:
dal 1988 cancellati definitivamente oltre 41 km di
costa
Solo un terzo dei litorali laziali si è salvata dal diluvio di cemento

Legambiente: “Sia approvato subito il Piano Paesaggistico Regionale, per fermare definitivamente gli appetiti cementificatori dei Comuni costieri e vietare da subito qualsiasi attacco del cemento sulle aree ancora libere, istituendo il vincolo di inedificabilità assoluta ad un chilometro dal mare”

Difendiamo la linea di costa del Parco nazionale del Circeo, rigettando qualsiasi proposta tesa ad aumentare il consumo di suolo

Dal 1988 nel Lazio sono stati cancellati quarantuno chilometri di costa. Oggi, su un totale di 329 km, da Minturno a Montalto di Castro, ben 208 risultano essere trasformati ad usi urbani e infrastrutturali, ossia oltre il 63%. E il boom del cemento non accenna a diminuire con il rischio di far scomparire per sempre le bellezze naturali della regione. Per questo Legambiente lancia la proposta di bloccare le espansioni degli strumenti edilizi, fissare un vincolo di inedificabilità assoluta per tutte le aree costiere ancora libere dall’edificato di almeno un chilometro dal mare, approvando subito un piano paesaggistico e chiedendo al contempo di procedere con l’abbattimento delle opere abusive, in particolare nei 23 Comuni costieri dove nel 2009 stati commessi complessivamente ben 2.379 manufatti realizzati senza alcuna autorizzazione.

È quanto evidenziato oggi dalla Goletta Verde, la celebre campagna di Legambiente impegnata per la difesa del mare e delle coste italiane, durante la presentazione del dossier “Il consumo di suolo nelle aree costiere italiane. La costa laziale, da Minturno a Montalto di Castro: l’aggressione del cemento ed i cambiamenti del paesaggio”. All’incontro, svoltosi oggi a San Felice Circeo, presso l’Hotel Maga Circe, hanno preso parte Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale Legambiente; Roberto Scacchi, direttore Legambiente Lazio; Marco Omizzolo, coordinatore provinciale Legambiente; Serena Carpentieri, responsabile Goletta Verde, Gaetano Benedetto,  Commissario Ente Parco nazionale del Circeo, Maurizio Lucci, Sindaco del Comune di Sabaudia; Eleonora Brionne; Comunicazione e
relazioni esterne Corepla.

Lo studio di Legambiente ha analizzato la costa laziale in un arco di tempo che va dal 1988 al 2011. Grazie alla sovrapposizioni delle foto satellitari è stato possibile fare un raffronto con quella che era l’occupazione della costa all’epoca e come si è
evoluta nei 23 anni presi in esame. Malgrado i vincoli imposti sia legge “Galasso”, sono stati cancellati 41 km di costa, cioè il 20% dell’intera urbanizzazione esistente, in gran parte a favore di nuove seconde case, ville e palazzi, per l’espansione di alcuni agglomerati che si susseguono lungo la costa, e per attività turistiche. Rilevanti sono anche le opere infrastrutturali realizzate, come il nuovo Porto di Ostia e gli ampliamenti realizzati a Civitavecchia, mentre sono diversi i progetti di nuove infrastrutture portuali che riguardano Fiumicino, Anzio, Formia, San Felice Circeo, Gaeta. Nel dettaglio, su un totale di 329 km, da Minturno a Montalto di Castro, ben
208 risultano essere trasformati ad usi urbani e infrastrutturali, ossia oltre il 63%. Più precisamente, 59 km sono occupati da porti, attività industriali, opere infrastrutturali. Mentre la parte occupata dalle costruzioni si può dividere tra 55 km di paesaggio urbano molto denso e 94 km di costa occupata da insediamenti con densità più bassa, per lo più lineari che seguono la linea di costa. Solo 12 km di costa sono ancora paesaggi agricoli, mentre sono ancora “integri” 109 km di paesaggi naturali, di cui 62 km risultano vincolati, perché ricadenti in aree protette.
“I risultati che questo studio della costa laziale ci consegna sono estremamente preoccupanti. Per I numeri e per la dimensione  dell’aggressione nei confronti di una costa di grande bellezza, nella quale sopravvivono ancora paesaggi naturali e ricchi di storia, a rischio se non si interviene immediatamente- spiega Eduardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente – Oggi cambiare non solo è possibile ma è nell’interesse dei cittadini, dell’ambiente e del turismo. Chiediamo alla giunta Zingaretti di avere il coraggio e la lungimiranza di fissare un vincolo di inedificabilità assoluta per tutte le aree costiere ancora libere per almeno un chilometro dal mare,
attraverso l’approvazione di un piano paesaggistico che intervenga anche sui piani regolatori vigenti per stralciarne le previsioni  edificatorie”.

I tratti di costa in cui sono avvenuti i maggiori fenomeni di trasformazione del paesaggio sono quelli che vanno da Fondi (Salto Corvino) a Terracina, da Anzio a Torvaianica. E tanti altri tratti, come il Lido di Ostia, le spiagge di Fiumicino, Santa Marinella e Civitavecchia, in cui non solo si è trasformato in modo irreversibile il paesaggio a favore di alberghi, servizi, prime e seconde case, ma è stata occupata la
spiaggia con attrezzature turistiche rilevanti. In generale, tutto questo avanzare del cemento, è avvenuto a scapito di aree libere (spiagge, dune e aree verdi naturali), ma soprattutto di suoli agricoli. I ventiquattro Comuni costieri del Lazio in molti casi sono vere e proprie
cittadine che triplicano, quintuplicano, decuplicano in qualche caso gli abitanti nei due mesi d’estate, in altri gli ambiti costieri rischiano di divenire periferie delle città, con un pericoloso rischio di una divisione tra città dormitorio e città turistica. La sfida è
ridisegnare il litorale, bisogna aumentare la qualità degli spazi pubblici e privati, ricomporre paesaggisticamente i luoghi, ricostruire i water front, intervenire sulle situazioni di mono-funzionalità residenziale, allo stesso tempo non concentrandosi solo sulla funzione turistica.

“Serve un grande sforzo progettuale, di innovazione, di modernità, di sperimentazione e per questo va subito approvato il Piano Paesaggistico Regionale fermando definitivamente gli appetiti cementificatori dei Comuni costieri – afferma Roberto Scacchi, direttore di Legambiente Lazio – Anche perché questi ultimi, hanno presentato centinaia di osservazioni “ammazza paesaggio” al Ptpr adottato, per trasformazioni urbanistiche in aree vincolate paesaggisticamente, che coinvolgono 465,5 ettari tra le province di Roma e Viterbo e altri 3.500 ettari nella provincia di Latina. Osservazioni respinte per la gran parte dagli uffici regionali in sede dicontrodeduzioni, ma da tenere ancora sotto attenta osservazione. E’ necessario procedere con urgenza e ricomporre paesaggisticamente i luoghi, ricostruire i water front, intervenire sulle situazioni di mono-funzionalità residenziale non concentrandosi solo sulla funzione turistica”.

Nel fermare la pressione edilizia hanno rappresentato un presidio importantissimo il sistema delle aree naturali che interessa la costa, a partire dal Parco Nazionale del Circeo e dalla Riserva naturale Statale Litorale romano e poi con un articolato sistema di aree di diversa dimensione (dal Parco regionale riviera di Ulisse, alla riserva naturale statale Salina di Tarquinia, fino alla riserva naturale regionale Tor Caldara). Tutto ciò però non basta.

“La linea di costa del Parco nazionale del Circeo va difesa senza tentennamenti, rigettiamo qualsiasi ipotesi di esclusione dal Parco di  territorio e qualsiasi proposta tesa ad aumentare il consumo di suolo in un’area già pesantemente colpita da fenomeni di abusivismo edilizio – dichiara Marco Omizzolo, coordinatore provinciale Legambiente – Inoltre riteniamo di fondamentale importanza l’istituzione di un’area marina protetta e quindi l’allargamento a mare del Parco, in un’ottica più ambiziosa e coraggiosa rispetto a quella contenute nel Piano. Infine, affinché la tutela possa essere realmente efficace è necessaria l’organizzazione di un sistema di reti ecologiche in
grado di collegare l’area protetta con quelle già presenti nella provincia pontina, come il Parco regionale dei Monti Ausoni, Riviera d’Ulisse e l’auspicabile Parco regionale dei Monti Lepini”.

A preoccupare, infatti, non è solo l’avanzare del cemento “legale”. Perché, secondo i dati elaborati da Legambiente, nei 23 Comuni costieri della regione Lazio (escluso il Municipio 13 della Capitale) sono stati commessi complessivamente ben 2.379 abusi edilizi nel 2009 (ultimo dato pubblicato), il 15,4% rispetto al numero totale dei 15.426 abusi regionali, pari a ben 6,5 illeciti al giorno. Soprattutto se raffrontato con il dato delle demolizioni degli abusi sui territori: solamente nel 2,9% dei casi nel corso del 2009 la parola è passata alle ruspe. Un dato decisamente serio e preoccupante, in sostanza stabile rispetto al 2004 quando gli abusi registrati erano 1.803.

Resta, inoltre, da valutare attentamente, anche l’erosione costiera: nel Lazio sono in fase di forte erosione 63 chilometri di costa, il 23% del totale (isole escluse), da imputare principalmente alla realizzazione di invasi artificiali lungo i corsi d’acqua che diventano vere e proprie trappole sedimentarie, all’estrazione di inerti ed alla realizzazione di sbarramenti in alveo. Un problema serio, sul quale  intervenire fermando l’avanzata di altre inutili opere a mare, fermando il diluvio di cemento dei nuovi porti, migliaia di nuovi posti barca, sovradimensionati, calcolati rispetto al picco estivo sul quale si dimensiona la domanda e si consuma suolo, mentre si potrebbe
lavorare sulla realizzazione di pontili mobili e boe galleggianti. Il passaggio della Goletta Verde in questo territorio è stato anche l’occasione per la consegna del premio Corepla Comuni Ricicloni estate – Speciale Plastica al sindaco di Sabaudia, Maurizio Lucci, per la buona performance sulla raccolta differenziata della plastica, anche se c’è ancora da fare molto e meglio sul fronte della gestione rifiuti.

“Nonostante il Lazio sia ancora il fanalino di coda delle Regioni del centro Italia, è indubbio che nell’ultimo anno molti sforzi siano stati compiuti per colmare questo ritardo – afferma Eleonora Brionne, Comunicazione e Relazione Esterne Corepla – Eproprio nel centro Italia, il Comune di Sabaudia rappresenta un ottimo esempio di come sia possibile raggiungere importanti obiettivi grazie alla volontà e all’impegno degli amministratori locali. Basti pensare che nel corso dell’ultimo anno, il Comune ha raccolto ben 22 kg di imballaggi in plastica pro capite, il doppio di quanto raccolto mediamente in Italia. Un notevole risultato che indica come l’attenzione posta ai temi
ambientali debba essere considerata un investimento a lungo termine, anche e soprattutto nei Comuni a forte vocazione turistica e ad alto valore ambientale”.

Il dossier completo sul consumo di suolo nel Lazio è scaricabile a
questo link
http://www.legambiente.it/contenuti/dossier/il-consumo-di-
suolo-sulla-costa-laziale
Goletta Verde è una campagna di Legambiente
Main partner: COOU
Partner tecnici: Corepla, Nau, Novamont, Solbian
Media partner: La Nuova Ecologia, PescaTv – canale Sky 236, Rinnovabili.it
Ufficio stampa Goletta Verde
Luigi Colombo – 347/4126421
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Legambiente su consumo di suolo: 5.200 ettari mangiati tra Roma e Fiumicino tra il 1993 e il 2008. Peggiora qualità della vita, serve forte ripensamento scelte urbanistiche piuttosto che nuove assurde proposte di edificazione o beceri piani casa.

Sono ben 5.200 gli ettari agricoli e naturali trasformati a usi urbani tra Roma e Fiumicino nei 15 anni tra il 1993 e il 2008, 4.800 ettari nella Capitale con un incremento del 12% e 400 ettari a Fiumicino con un incremento del 10%. E’ questo il dato emblematico che evidenzia uno studio originale e inedito presentato nell’Ambito del rapporto annuale Ambiente Italia di Legambiente, questa mattina presso la Provincia di Roma. Eppure paradossalmente nel 2009 Roma è stata in testa alla classifica delle città con il maggior numero di case vuote con 245.142 abitazioni inutilizzate ed ha anche avuto il maggior numero di sfratti eseguiti, ben 8.729.

“In quindici anni tra Roma e Fiumicino il suolo ad uso urbano si è mangiato una superficie verde pari a quella dell’intero comune di Bolzano, una media di 150 metri quadrati di suoli trasformati per ogni nuovo abitante, numeri incredibili che hanno contribuito a peggiorare la qualità della vita in città e richiedono un forte ripensamento delle scelte urbanistiche piuttosto che nuove assurde proposte di edificazione o beceri piani casa” – afferma Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio. “In questo decennio, nonostante il lavoro svolto nella fase di approvazione del piano regolatore e le molte criticità sempre sottolineate da Legambiente e da molti comitati, sono nati grandi quartieri, sfavillanti centri commerciali e grandi strade che hanno  consumato aree preziose della città, senza rispondere alla domanda di casa per le fasce deboli e senza in sostanza invertire la tendenza al centralismo piuttosto che al policentrismo della Capitale, anzi spesso deportando i residenti in quartieri spesso privi di qualsiasi disegno identitario, con bassa qualità dell’edificato e senza adeguati mezzi di trasporto su ferro”.

La trasformazione ha, infatti, interessato in particolare suoli agricoli ma anche importanti porzioni di aree naturali: sono scomparsi 4.384 ettari di aree agricole, il 13% del totale, e 416 di bosco e vegetazione riparia. Una situazione che non sembra vada verso il miglioramento: considerando infatti solo la Capitale e le già esagerate cubature previste nel PRG approvato dal Consiglio Comunale nel 2008 per le sole previsioni da programmare, sono ben 2.058 gli ettari che saranno consumati nei prossimi anni. Prendendo, poi, in esame idee, proposte e delibere dei grandi progetti dei primi mille giorni del Sindaco Alemanno, si verifica facilmente che se fossero portati in attuazione, aggiungerebbero altri 1.462 ettari di nuova superficie cementificata (per 17 milioni di nuovi metri cubi), una nuova città come Salerno.

“Per fermare lo scempio del territorio, le istituzioni debbono avere il coraggio di attaccare la rendita fondiaria, fermando speculazioni inutili e slegate dagli interessi della città, per tutelare in modo fermo le aree agricole, puntare sulla manutenzione e riqualificazione urbana, riducendo traffico e smog e costruire un’area metropolitana meno energivora, a basse emissioni e più bella e vivibile” – continua Parlati – “Bisogna anche smettere di utilizzare la crisi economica come un grimaldello per fare di tutto, la scusa degli oneri urbanistici per ripianare la fiscalità dei Comuni non regge, né si possono considerare sempre e comunque positivi gli investimenti privati pur di fare qualche cosa. Non ci si può ricordare dell’edilizia sociale solo per giustificare il fabbisogno di nuove aree agricole, come ha fatto Alemanno con la sua prima operazione urbanistica da 2.089.050 metri cubi, oppure invertendo l’ordine delle priorità pensare di raddoppiare le centralità ancora da pianificare per fornirle del trasporto su ferro, o ancora triplicare le cubature dell’insediamento pubblico di Tor Bella Monaca per consentirne la demolizione e ricostruzione, o magari usare la passione dei tifosi per realizzare 4 milioni di metri cubi di speculazione con i nuovi stadi di proprietà dell’AS Roma e della SS Lazio, o svendere le caserme dismesse per ripianare il deficit capitolino, o usare la scusa del potenziamento aeroportuale per cementificare 1300 ettari a Fiumicino o quella della portualità per occupare l’area a rischio idrgeologico molto elevato della foce del Tevere. Non si può ridurre l’urbanistica a soldi che si muovono, a quattro spicci di oneri concessori, a qualche grande nome per lasciare un segno. Serve piuttosto un serio ripensamento, un cambiamento del PRG vigente per realizzare una città sostenibile, consapevole che il territorio è risorsa limitata, e che la città aspetta risposte e una migliore qualità della vita”.

Legambiente critica con decisione molti altri interventi definiti in questi mesi, tra i quali il raddoppio degli indici edificatori del Piano Particolareggiato Casilino nel VI Municipio, alla proposta di project financing dei prolungamenti delle Metropolitane B2 e B1, le cubature al Torrino Nord per sostenere il progetto Roma Formula Futuro all’Eur (speriamo cancellato, come il gran premio), i nuovi metri cubi legati alla destinazione d’uso dell’area dell’Ex Velodromo e l’incremento degli indici edificatori nelle ex aree abusive perimetrate nei Toponimi. Scelte da ripensare visti i numeri del consumo di suolo nell’area metropolitana.

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