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Fanghi tossici fiume Ufente a Pontinia: Legambiente chiede bonifica immediata dell’area

“Dopo il sequestro serve una bonifica immediata, i liquami non debbono continuare a inquinare la falda e mettere a rischio l’agricoltura e il fiume – dichiara Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio. – Ancora una volta le forze dell’ordine e la magistratura operano per garantire la salute dei cittadini e dell’ambiente, ora speriamo che diano risultati definitivi anche le indagini sulle modalità di trasporto dei fanghi e accertare eventuali altri abusi. Seguiremo la vicenda con attenzione, anche valutando un nostro esposto in merito”. Così Legambiente commenta il sequestro di un terreno di quasi mille metri della “Fondana Allevamenti” effettuato qualche giorno fa a Pontinia dalla Polizia Provinciale e dall’Arpa.

Circa duecentosettantadue tonnellate di fanghi provenienti da un’azienda casearia di Marcianise, senza alcune trattamento specifico, erano accatastati a pochi metri dal fiume Ufente. L’azienda pontina, infatti, pur avendo un permesso a trattare questo tipo di fanghi, non lo faceva secondo le dovute prescrizioni, stoccando di fatto il materiale senza alcun trattamento, ad una distanza dal corso d’acqua inadeguata.

“Il ritrovamento di fanghi a Pontinia è l’ennesima dimostrazione di quanto anche la provincia di Latina sia purtroppo crocevia per il traffici di rifiuti pericolosi, con un fiorire continuo di discariche abusive – afferma Marco Omizzolo, coordinatore provinciale di Legambiente a Latina. Un territorio colpito dal fenomeno delle ecomafie che con il ciclo dei rifiuti, del cemento e delle agromafie spadroneggiano inquinando un ambiente invece meraviglioso e da tutelare ed espone a rischi gravissimi la salute della collettività”.

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Crimini ambientali addio: il “processo breve” mette a rischio i processi per illeciti ambientali.

L’inquinamento della Valle del Sacco e lo smaltimento illegale di rifiuti del viterbese potrebbero restare impuniti

Il “processo breve” tanto voluto dal Governo significherà, tra le altre cose, lo stop ai processi per reati ambientali e l’impunità di coloro che hanno danneggiato gravemente l’ambiente e la salute delle persone che ci vivono. Il meccanismo prescrittivo previsto, infatti, scatterà prima per i reati la cui pena è minore: illeciti ambientali in primis, dunque, i quali vengono per la maggior  parte considerati contravvenzioni e non delitti e dunque sanzionati in maniera lieve. Ma non basta: la scure della prescrizione si abbatterà anche sui reati collegati a quelli ambientali, rendendo così impossibili le indagini, oltre che i processi. Questa miscela sarà ancora più esplosiva se non si recepirà la direttiva europea in materia di tutela penale dell’ambiente che prevede, tra l’altro, la responsabilità penale delle persone giuridiche – quindi degli inquinatori – che commettono reati ambientali.

Nel Lazio sono diversi i processi su reati ambientali a rischio. Le popolazioni avvelenate della Valle del Sacco potrebbero non vedere mai fatta giustizia relativamente ai pesantissimi capi d’accusa imputati agli inquinatori: disastro ambientale, contaminazione dei siti destinati ad insediamenti abitativi, agricoli e di allevamento, avvelenamento delle acque del fiume Sacco destinate all’irrigazione e all’abbeveraggio degli animali con conseguente avvelenamento di sostanze destinate all’alimentazione umana, scarico di acque reflue industriali in assenza di autorizzazioni con conseguente assenza dei sistemi di sicurezza, controllo e trattamento depurativo. Ma rischiano di non scontare la pena neanche i colpevoli del traffico illecito di rifiuti che ha interessato il viterbese: dopo il sequestro di 250.000 tonnellate di rifiuti speciali, pericolosi e non, smaltiti illegalmente e dopo alcuni arresti eccellenti anche nella Pubblica Amministrazione, il processo ancora pendente potrebbe non arrivare mai a sentenza definitiva.

“Il processo breve è una vera mannaia per la giustizia su illeciti ambientali gravissimi, quali l’inquinamento della Valle del Sacco o le discariche abusive del viterbese, per citare solo due dei tanti esempi nella nostra regione. Le popolazioni inquinate vedranno negato il diritto a vivere in un ambiente salubre e sarà sempre più difficile in futuro portare i colpevoli in tribunale – ha affermato Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio – Invece che inserire i reati ambientali nel codice penale, da un lato la riduzione dei tempi porterà a non aprire proprio questi processi che necessitano di lunghe e complesse fasi di indagini, dall’altro la prescrizione porterà a non chiuderli con sentenze definitive. E così si rischia che si ”prescrivano” anche le bonifiche: nessuno pagherà per il disinquinamento e i territori rimarranno martoriati, finendo nella lista delle mancate bonifiche a carico delle vuote casse dello Stato”.

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