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Legambiente, Rapporto cave 2014: una cava su sette è nel Lazio

288 cave attive, 475 dismesse o abbandonate e canoni di concessione ancora minimi

Legambiente: “Aumentare i canoni e impedire la deregolamentazione dei rinnovi con uno pericoloso silenzio assenso”

Delle 5.592 cave d’Italia, una su sette si trova nel Lazio, ben 763 cave di cui 288 attive e 475 inattive, senza un piano che regolamenti l’estrazione e con una tassazione irrisoria rispetto al guadagno ottenuto, eppure per sabbia e ghiaia i quasi 15 milioni di metri cubi estratti rappresentano addirittura il 62,5% di tutti i materiali cavati in Italia. Ecco, in sintesi, i dati per il Lazio del Rapporto Cave 2014 di Legambiente, che traccia la situazione aggiornata dei numeri, dei guadagni e del quadro normativo relativo all’estrazione di inerti in Italia.

In media nel 2013 nelle regioni italiane i cavatori hanno pagato alla collettività il 3,5% del prezzo di vendita degli inerti, ma nel Lazio questa quota è scesa al 2,4% che, in un giro di affari annuo di quasi 190 milioni di Euro, rappresenta un rientro di appena 4,5 milioni di Euro: il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è di 1 a 42. Nella regione vengono estratti annualmente 14.980.500 metri cubi di sabbia e

ghiaia e 687.674 metri cubi di pietre ornamentali con canoni rispettivamente di 0,30 e 2,00 Euro al metro cubo, ai quali si aggiungono 4.360.675 metri cubi di calcare e 230.400 metri cubi di argilla, con canoni rispettivamente di 0,50 e 0,30 Euro al metro cubo. Canoni irrisori quindi di cui beneficiano solo i privati non portati ad inseguire buone pratiche di riciclo dei materiali come sta invece accadendo in altri paesi europei. E proprio l’incremento di questi canoni è una delle richieste di Legambiente.

“C’è bisogno di aumentare i canoni nella nostra regione ed impedire ogni tentativo di abbassare l’attenzione sui rinnovi delle concessioni – dichiara Roberto Scacchi, direttore di Legambiente Lazio–. Ci sono infatti nuove norme contenute tra le maglie del collegato alla finanziaria regionale e nella proposta di legge regionale 138, secondo le quali il rinnovo delle concessioni e l’avvio di nuove cave rischia di avvenire in futuro con il silenzio assenso dell’amministrazione pubblica; una grave deregolamentazione su cui saremo vigili insieme a quanti in Consiglio Regionale già si stanno impegnando a non far passare tali pericolose norme; tutto questo in un settore che ha bisogno invece dell’esatto contrario soprattutto nel Lazio dove alcune porzioni di territorio sono ormai delle enormi groviere.”

Legambiente, d’altro canto, chiede a gran voce anche di rafforzare la tutela del territorio, i controlli e le legalità di un mondo, quello delle cave, il cui sistema normativo è fermo al 1927. Occorre adeguare il quadro delle regole per garantire tutela e trasparenza ed evitare situazioni come quella di Civita Castellana (VT) e Sutri (VT) dove le cave sono state allargate in assenza della prescritta autorizzazione paesaggistica e del nulla osta idrogeologico. Sono d’altronde imbarazzanti le sanzioni previste dalle Leggi Regionali del Lazio nei casi di coltivazione illegale, abusivismo ed inosservanza delle prescrizioni previste dalle suddette leggi: per l’apertura non autorizzata di una cava, infatti, nel Lazio è prevista una multa compresa tra 35.000 e 350.000 euro per coltivazione illegale, tra 10.000 e 100.000 € per ricerca illegale e tra 3.000 e 30.000 € per mancato permesso di vigilanza. Altri esempi preoccupanti, nella zona tra Ponte Galeria e Malagrotta, nelle immediate vicinanze di Roma, dove l’estrazione di sabbia e ghiaia sta facendo diventare pianeggiante un territorio originariamente caratterizzato dalla presenza di dolci colline. Ad Anguillara Sabazia, invece, continua lo sfruttamento delle cave di basalto, che rischia di determinare conseguenze per la salute di migliaia di cittadini esposti alle polveri e di compromettere anche la stabilità delle abitazioni. Oltre all’impatto derivato dalle attività estrattive, infatti, è sempre più allarmante l’intensità del traffico

pesante per il trasporto del materiale cavato. Il Lazio rimane così ancora una volta la regione che mostra le più serie criticità; il Piano Regionale delle Attività Estrattive (PRAE), approvato nel 2011 dopo molti anni, è stato impugnato, lasciando la nostra Regione senza una precisa pianificazione di settore.

“Enormi sbancamenti assurdi, illegalità, canoni irrisori, assenza di pianificazione: nel Lazio il quadro sulle cave è allarmante -dichiara Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio-. È ora di recuperare le cave abbandonate da decenni e di limitare l’apertura di nuove, la Regione Lazio può invertire subito la rotta per uscire finalmente da una situazione di grandi guadagni privati e di rilevanti impatti nel paesaggio, introducendo canoni di concessione più alti, almeno del 20% rispetto al prezzo di vendita, e favorendo il riciclo degli inerti provenienti dall’edilizia in modo da ridurre sensibilmente l’utilizzo delle discariche come avviene negli altri Paesi europei. Se si puntasse con più convinzione sul riciclo degli inerti si potrebbe tranquillamente ridurre il prelievo da cava, magari innescando anche un serio processo di rinnovamento del parco edilizio

esistente.” Scarica il Dossier Completo Lazio http://goo.gl/Ukg87g Scarica il Dossier Completo Nazionale http://goo.gl/j73EGW

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Legambiente, Rapporto cave 2011: Lazio al 6° posto, con 393 cave attive, 475 dismesse o abbandonate e canoni di concessione ancora minimi.

Legambiente chiede il recupero delle cave abbandonate per fotovoltaico e il riciclo degli inerti.

393 cave attive da cui provengono 15,8 milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 1,7 milioni di pietre ornamentali, 5,4 milioni di calcare e 244 mila di argilla: queste le quantità annue estratte nel Lazio secondo il Rapporto Cave 2011 di Legambiente.

I numeri rilevati dal Rapporto Cave 2011 di Legambiente, come per il monitoraggio effettuato nel 2009, risultano allarmanti, con ben 5.736 cave attive in Italia: tra le Regioni che presentano un maggior numero di aree destinate alle attività estrattive il Lazio si piazza al 6° posto, con 393 cave attive -rispetto alle 318 censite nel 2009– delle quali più di 30 nel Comune di Roma. Il Lazio rimane così ancora una volta la regione che mostra le più serie criticità; nonostante sia finalmente stato approvato il Piano Regionale delle Attività Estrattive (PRAE), atteso da molti anni, le quantità possibili di estrazioni previste sembrano andare a confermare i trend della nostra regione -l’unica insieme alla Lombardia a non mostrare un calo quantitativo a seguito della crisi del settore- e i livelli dei canoni di concessione risultano ancora minimi (solo 30 centesimi a metro cubo per sabbia, ghiaia ed argilla, 50 centesimi per il calcare, 2 euro per le pietre ornamentali). “È assurdo che il costo del prelievo di qualsiasi tipo di roccia nel Lazio sia di pochi centesimi di euro a metro cubo, a fronte di guadagni altissimi derivanti dalla vendita dei materiali. È ancora lontana nel Lazio una politica di gestione del territorio attenta agli aspetti paesaggistici e naturalistici, che renda possibile il recupero di cave abbandonate da decenni e limiti l’apertura  di nuove, rispetto agli interessi di chi opera nel settore -dichiara Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio-. Occorre invertire subito questa rotta per uscire finalmente da una situazione di grandi guadagni privati e di rilevanti impatti nel paesaggio, introducendo canoni di concessione più alti, almeno del 20% rispetto al prezzo di vendita, e favorendo il riciclo degli inerti provenienti dall’edilizia in modo da ridurre sensibilmente l’utilizzo delle discariche come avviene negli altri Paesi europei”.

I dati forniti dal Rapporto Cave 2011 confermano un quadro allarmante: il Lazio, infatti, si posiziona al primo posto in Italia per l’estrazione di calcare, con 5,4 milioni di metri cubi annui estratti e al secondo posto per quantità di sabbia e ghiaia estratta, con ben 15,8 milioni di metri cubi annui (dopo la Lombardia). Si tratta, infatti, delle aree in cui il mercato delle costruzioni e delle infrastrutture costituisce una delle fonti principali dell’economia regionale e dove risulta quindi difficile osservare un’inflessione degli inerti estratti ancor più decisa, anche in periodi di crisi come quello degli ultimi tre anni. Anche per quanto riguarda le pietre ornamentali, il Lazio si classifica tra le Regioni con maggior prelievi effettuati con 1,7 milioni di metri cubi estratti sui 12 milioni totali  (3° posto della classifica nazionale, dopo Sicilia e Toscana). Si tratta di zone della nostra Regione dove la qualità delle pietre cavate ha una fama mondiale ed una storia secolare, basti pensare al travertino della provincia di Roma. La quantità di torba estratta nel Lazio risulta inesistente, mentre l’argilla prelevata dal terreno laziale si attesta sui 244 mila metri cubi annui.

Le entrate degli enti pubblici dovute all’applicazione dei canoni sono ridicole in confronto al volume d’affari del settore: nel Lazio, il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è di 1 a 42 ossia 4,7 milioni contro quasi 200. Ancor più imbarazzanti sono le sanzioni previste dalle Leggi Regionali nei casi di coltivazione illegale, abusivismo ed inosservanza delle prescrizioni previste dalle suddette leggi: per l’apertura non autorizzata di una cava, infatti, nel Lazio è prevista una multa compresa tra 35.000 e 350.000 euro per coltivazione illegale, tra 10.000 e 100.000 € per ricerca illegale e tra 3.000 e 30.000 € per mancato permesso di vigilanza, mentre in altre Regioni le ammende comminate rimangono ancora più basse rispetto ai guadagni possibili e al danno ambientale che ne scaturisce.

Per fare alcuni esempi, nella zona tra Ponte Galeria e Malagrotta, nelle immediate vicinanze di Roma, l’estrazione di sabbia e ghiaia sta facendo diventare pianeggiante un territorio originariamente caratterizzato dalla presenza di dolci colline. In questo contesto va segnalata anche la condizione del Comune di Roma, che rappresenta quello con maggiore diffusione di cave a livello nazionale: sono infatti ben 32 le cave attive sul territorio capitolino che stanno divorando il territorio di colline circostante la Capitale; buona parte di quest’area presenta un numero elevatissimo di aziende e di concessioni ma nessuno sembra rendersi conto del devastante effetto complessivo che si sta generando.

“Questi enormi sbancamenti di materiali per usi edili appaiono quanto mai assurdi in una città come Roma e nel resto del Lazio, che se puntasse con più convinzione sul riciclo degli inerti potrebbe tranquillamente ridurre il prelievo da cava, magari innescando anche un serio processo di rinnovamento del parco edilizio esistente -commenta Cristiana Avenali, direttrice di Legambiente Lazio-. La mancata programmazione di riciclo dei materiali prodotti o di recupero di 475 cave dismesse o abbandonate rischia di compromettere ulteriormente il territorio, già ampiamente devastato da altre forme di sfruttamento, quando invece per legge è previsto che si attuino piani di recupero e, in molto casi, queste aree si potrebbero destinare a veri e propri parchi fotovoltaici”.

Anche ad Anguillara Sabazia continua lo sfruttamento delle cave di basalto, che rischia di determinare conseguenze per la salute per migliaia di cittadini esposti alle polveri e di compromettere anche la stabilità delle abitazioni. Oltre all’impatto derivato dalle attività estrattive, infatti, è sempre più allarmante l’intensità del traffico pesante per il trasporto del materiale cavato, a fronte di soli 2 euro al metro cubo versati nelle casse pubbliche. Preoccupante anche la situazione a Priverno (Lt), dove finalmente sono stati introdotti i canoni di concessione per le attività minerarie di sabbia silicea delle ben 8 cave attive presenti, che essendo concessione minerarie non pagavano, ma rimangono molte altre questioni legate a vincoli idrogeologici e paesaggistici.

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